I numeri dell'economia italiana ai tempi del "sentiero stretto"

Veronica De Romanis

E’ davvero un peccato che il Partito Democratico – insieme al Movimento 5 Stelle – sia l’unica forza politica a non aver inviato all’Osservatorio conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli le informazioni relative ai propri obiettivi di finanza pubblica per il quinquennio 2018-2022. Una tabella avrebbe aiutato gli elettori a capire la relazione tra i costi e le coperture delle misure promesse e l’impatto delle suddette misure sulla crescita. Si tratta di informazioni fondamentali visto che – in caso di vittoria – il Pd intende replicare il metodo seguito fino ad ora, ossia quel mix di riforme strutturali e di politiche fiscali “moderatamente espansive”, definito dal ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan il “sentiero stretto”. Dall’analisi dei dati si evince, infatti, che questo “metodo”, non sembra aver sortito i risulti sperati. Innanzitutto, in termini di crescita.

  

Nel 2017, il tasso di variazione del pil italiano sarà – con ogni probabilità – dell’1,5 per cento, 27esimo su 27, nonostante la congiuntura molto favorevole. L’Italia è fanalino di coda (insieme alla Lettonia) anche per quanto riguarda la crescita congiunturale del quarto trimestre, con un tasso dello 0,3 per cento (la metà della media euro). Nello stesso periodo, la Germania e la Francia sono cresciute dello 0,6 per cento, la Spagna e il Portogallo dello 0,7 per cento, nonostante queste ultime abbiamo implementato severi programmi di austerità, con pesanti tagli alle spese. Da noi, invece, la politica fiscale è stata espansiva, come previsto dal “sentiero stretto”: nessuna austerità e molta gradualità. Nel triennio 2014-2016, la spesa totale è aumentata di circa 7 miliardi di euro, quella corrente al netto degli interessi di circa 15 miliardi (gli investimenti, invece, sono diminuiti di 1,6 miliardi). Il lieve calo registrato in rapporto al Pil delle suddette voci è ascrivibile unicamente alla crescita del denominatore. Lo stesso vale per la pressione fiscale scesa, nel triennio di poco più di mezzo punto percentuale (dal 43,4 per cento al 42,7 per cento). Per quanto riguarda il disavanzo, la riduzione dello 0,5 per cento (dal 3 per cento del 2014 al 2,5 per cento del 2016) è frutto dell’azione della Banca centrale europea che con il suo quantitative easing ha calmierato i tassi di interesse facendo scendere la spesa per interessi dal 4,6 per cento al 4 per cento.

  

A conti fatti, la spending review – il punto 93 delle “100 cose fatte” del programma del Pd – c’entra ben poco con la riduzione del disavanzo. Il governo ha preferito “riqualificare” piuttosto che “tagliare” la spesa. E infatti, ha chiesto circa 40 miliardi di euro di “flessibilità”, ossia di maggiore disavanzo rispetto agli obiettivi prestabiliti. Questa flessibilità, però, non ha avuto l’impatto sperato sulla crescita essendo stata quasi interamente utilizzata per “disinnescare” le clausole di salvaguardia (spesa corrente passata priva di coperture).

  

In conclusione, la nuova legislatura comincia con un disavanzo non in linea con le regole europee (molto probabilmente, la Commissione chiederà una correzione in primavera), una dinamica del debito pubblico ancora crescente e, infine, quasi 35 miliardi di clausole di salvaguardia da “finanziare” tra il 2019 e il 2020. Con una simile eredità, il nuovo esecutivo dovrà – piaccia o no – abbandonare le promesse elettorali e concentrarsi su una sola priorità: quella della riduzione del debito pubblico. Dimostrando di voler invertire la rotta del debito non con ipotesi di crescita difficilmente realizzabili bensì con misure di riduzione della spesa, ad oggi, quasi del tutto assenti dai programmi elettorali.

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