Oltre il caso Embraco. Lezioni dalla Slovacchia

Guido Fontanelli

La sua economia cresce del 5,4 per cento, la disoccupazione è di appena il 5,9 per cento, vanta la più alta produzione pro-capite di automobili in Europa e attira investimenti come il miele. Una storia di successo, quella della Slovacchia. Fin troppo: fa infuriare Paesi come l’Italia, che vedono multinazionali del calibro di Embraco-Whirlpool o Honeywell chiudere le fabbriche e scappare nella repubblica ex-comunista.

  

Ma il caso slovacco è interessante anche per un’altra ragione: è uno dei pochi paesi al mondo (e l’unico dell’areo euro) ad aver sposato la flat tax per poi cambiare idea e tornare alle aliquote progressive. La storia è questa: nel 2004 la Slovacchia decide di semplificare il sistema fiscale per attirare gli investimenti esteri e dare un segno di rottura rispetto al passato comunista. Dalle 5 aliquote di tassazione personale comprese tra il 10 e il 38 per cento si passa a una sola aliquota del 19 per cento. E al 19 per cento sono fissate pure le aliquote per la tassazione sulle imprese e per l’Iva.

 

All’inizio tutto va bene: il Pil cresce del 10 per cento all’anno, la disoccupazione si dimezza (dal 20 al 10 per cento) e il debito pubblico passa dal 50 al 21 per cento sul Pil. Ma la festa finisce nel 2008, con la crisi globale. Le entrate crollano e i conti dello Stato rischiano di saltare. Il debito torna a crescere, il rapporto deficit/Pil schizza al 7,8 per cento e la disoccupazione arriva al 15 per cento. Inoltre la popolazione chiede più equità, preme sui politici affinché i ricchi paghino più tasse. Del resto il Fondo monetario aveva consigliato al governo di Bratislava di muoversi con cautela, introducendo la flat tax in modo graduale. E uno studio dell’Ocse ha stabilito che la forte crescita economica tra il 2004 e il 2009 non è attribuibile solo alla riforma fiscale ma all’insieme di misure prese in quegli anni per stimolare gli investimenti. Così nel 2014 il governo di centrosinistra reintroduce le aliquote fiscali progressive. Ora il rapporto deficit/Pil è all’1,7 per cento, il debito pubblico al 51 per cento e l’economia tira. E il ceto medio è un po’ meno arrabbiato.

 

Una lezione per il centrodestra italiano?

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