Nei trasporti Bruxelles può a fare di meno di Londra, non viceversa

Maria Carla Sicilia

Roma. In un contesto positivo per il mercato europeo dell’Auto il Regno Unito si fa notare per il declino delle vendite, accompagnate dal segno meno da dieci mesi consecutivi. L’anno è iniziato bene per tutti i grandi mercati dell’Unione europea, che insieme hanno contribuito a una crescita del 7,1 per cento, mentre il mercato inglese, dopo aver chiuso il 2017 con un calo del 5,7 per cento, a gennaio ha registrato il 6,3 per cento in meno di immatricolazioni.

  

Da un lato, spiegano gli analisti, si vende di meno per via dell’inflazione e dell’incertezza economica determinate dalla Brexit, dall’altro sono le politiche confuse sul diesel a scoraggiare i consumatori. La debolezza della sterlina ha inciso sulle vendite per motivi legati sia all’offerta sia alla domanda. I consumatori hanno visto il proprio potere d’acquisto diminuire mentre le case automobilistiche non sono state in grado di sopportare le promozioni che fino a quel momento avevano aiutato il mercato a stare a galla. D’altra parte gli inglesi non sanno come comportarsi col diesel, messo al centro di limiti e divieti per migliorare il livello di smog nelle città. Lo scorso anno il premier Theresa May ha annunciato di voler vietare la circolazione di auto diesel dal 2040 e ha parlato di una nuova tassa che i proprietari di vetture non rispondenti a certi standard dovrebbero pagare una volta l’anno. A queste misure, non confermate, si aggiungono i fardelli già sul conto delle auto a gasolio dallo scorso aprile. Il risultato è che le vendite sono scese del 25,6 per cento a gennaio e nessuna altra motorizzazione è riuscita a compensare questo calo. La tendenza che emerge, secondo l’associazione dei produttori e dei commercianti inglesi, è quella di un blocco del turn over del parco circolante perché i consumatori preferiscono non fare acquisti aspettando di capire cosa converrà scegliere.

  

Oltre alle vendite cala di riflesso la produzione industriale. Nel 2017 le automobili costruite nel Regno Unito, che non ha un produttore nazionale di rango mondiale, sono state il 3 per cento in meno e il declino è stato guidato dalla produzione a uso interno, in diminuzione del 9,8 per cento. Preoccupati dai numeri, gli industriali hanno chiesto al governo di fare chiarezza sugli accordi post Brexit: senza adeguate condizioni di scambio commerciale dopo il 30 marzo 2019 potrebbe essere a rischio oltre il 10 per cento delle esportazioni. Le principali case giapponesi, che hanno diverse linee di produzione nel paese, durante un incontro con May, hanno di nuovo posto la questione agitando lo spettro di trasferire gli stabilimenti. Anche Psa e Ford hanno dubbi. E l’anno scorso gli investimenti sono diminuiti del 33,7 per cento. Dall’altra parte della Manica la questione è seguita con attenzione. Metà dei volumi esportati dal Regno Unito vanno in Europa (circa 14,6 miliardi di euro) mentre l’81 per cento delle auto sulle strade inglesi è prodotta nell’Unione europea (per un valore di 44,7 miliardi di euro). Nonostante la profonda integrazione tra i due mercati, dal referendum del 2016 a ora i paesi europei (e le case automobilistiche) hanno retto bene la debolezza inglese. Non si può dire lo stesso al contrario.

  

L’Auto non è l’unico ambito nei trasporti che segna la relazione tra Europa e Regno Unito. L’inclinazione inglese alle privatizzazioni ha portato a una precoce liberalizzazione del settore ferroviario, che ancora oggi in Europa non ha uguali (se non con altre dimensioni in Italia, il caso Italo). Come notava ieri il New York Times, nessun paese al mondo è simile al Regno Unito, le cui reti di trasporto sono in gran parte in mano straniera. Delle 23 principali aziende ferroviarie britanniche 18 sono gestite da capitali esteri: 16 da operatori europei e 2 dalla Cina. Da Trenitalia a Deutsche Bahn, dalla compagnia ferroviaria olandese fino a una joint venture tra Francia e Belgio che controlla Eurostar: sono i capitali pubblici europei a garantire il funzionamento dei trasporti inglesi. Dopo la stagione thatcheriana delle privatizzazioni sembra una ri-nazionalizzazione, dice il Nyt. In mano all’Europa.

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