La svolta sovranista del Congo sul cobalto preoccupa l'industria dell'auto elettrica

Maria Carla Sicilia

Roma. Il maggiore produttore di rame dell’Africa e uno dei principali fornitori di cobalto del mondo ha intenzione di riprendersi il controllo sulle estrazioni minerarie nel proprio paese. Il capo di Gécamines, la compagnia mineraria nazionale della Repubblica democratica del Congo, ha detto nei giorni scorsi che dal 2019 rinegozierà i contratti stipulati con i propri partner stranieri, mentre il governo congolese ha approvato a gennaio una legge più stringente sulle royalty da far pagare ai concessionari delle miniere.

  

Il mercato sembra pensare che “il futuro del cobalto sia nelle mani di Glencore, Trafigura and Cmoc”, multinazionali straniere che estraggono in Africa, “ma non del Congo o di Gécamines”, ha detto Albert Yuma Mulimb, capo della compagnia mineraria nazionale. “E’ il momento di controllare legittimamente il mercato del cobalto perché è il nostro”. Da Cape Town, dove si è conclusa giovedì un’importante conferenza annuale del settore, il messaggio è arrivato distinto a tutte le compagnie che estraggono nel paese, già messe sotto la lente delle nuove politiche del presidente Joseph Kabila. Non solo. A drizzare le orecchie è l’intera filiera che produce batterie agli ioni di litio, letteralmente dipendente dal cobalto. “Penso che il cobalto sia la nuova cocaina”, ha detto a un recente summit sulla mobilità organizzato da Bloomberg Michael Austin, vicepresidente di Byd America Corp. E al momento la Repubblica democratica del Congo è lo spacciatore di cui il mercato non riesce a fare a meno.

  

  

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Dal Congo proviene più del 60 per cento del cobalto utilizzato nel mondo, che rappresenta il 35-40 per cento del costo totale di una batteria. Raggiungere gli obiettivi delle case automobilistiche nella mobilità elettrica dipende anche dalla stabilità normativa e politica dello stato africano, capace di influenzare anche la produzione delle aziende informatiche che usano batterie agli ioni di litio per smartphone e dispositivi mobili. Sono proprio queste promettenti industrie ad aver trainato il prezzo della materia prima, triplicato negli ultimi due anni, che oggi solletica gli appetiti economici del governo congolese.

  

Con la nuova legge tutte le aziende che estraggono metalli come rame, cobalto e oro sono soggette a un incremento delle royalty tra il 2 e il 10 per cento. Inoltre è prevista una tassa del 50 per cento sui super profitti, cioè ogni volta che i prezzi delle materie prime salgono del 25 per cento rispetto alle previsioni messe a progetto. Considerando i balzi da gennaio 2016, con il prezzo del rame che ha segnato una crescita del 67 per cento e il cobalto del 150 per cento, la mossa del governo congolese sembra poter incidere sul prezzo finale dei metalli. Le compagnie Glencore, Randgold, Ivanhoe Mines e China Molybdenum Co hanno reagito tentando di fare pressione contro la nuova legge e minacciando di bloccare gli investimenti. Per cercare fornitori alternativi le compagnie minerarie e alcune case automobilistiche si stanno orientando verso il Canada, che è attualmente il terzo produttore di cobalto al mondo dopo la Cina, ma nonostante gli sforzi sarà difficile rimpiazzare le 66 mila tonnellate prodotte ogni anno dal Congo. L’industria guarda anche alla Scandinavia e alla Russia. Ma fino ad ora i tentativi di boicottare il paese africano, come quello intrapreso da Apple un anno fa per protestare contro lo sfruttamento minorile nell’industria locale, sono falliti.

   

  

Più che affrancarsi dal principale fornitore, per interrompere la dipendenza si potrebbe tentare di incrementare il riciclo dei materiali usati oppure cambiare il cuore delle batterie su cui si intende costruire il prossimo futuro. In attesa che questo succeda, sembra che la virata sovranista del Congo non potrà non impattare sui prezzi dell’intera filiera delle batterie.

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