Proposta per la campagna elettorale: asili gratis. Si può, così

Così si possono aiutare i genitori che mandano i figli alla scuola materna

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12 Gennaio 2018 alle 06:16

Proposta per la campagna elettorale: asili gratis. Si può, così

Un asilo nido in provincia di Bergamo (foto LaPresse)

Roma. Pietro Grasso, forse preso dalle celebrazioni sessantottiadi e ricordando il Paolo Pietrangeli di “anche l’operaio vuole il figlio dottore”, qualche giorno fa ha proposto/promesso di abolire le tasse universitarie. A ben guardare i dati, però, più che degli over 18 il leader di Liberi e uguali avrebbe dovuto preoccuparsi degli under 6. Nel 2016 gli studenti iscritti all’università in Italia erano 1.693.040. Lo scorso anno, sempre nel nostro paese, i bambini da 0 a 6 anni erano più del doppio: 3.607.255 dei quali quasi due milioni con meno di 3 anni.

 

Secondo le cifre fornite da Grasso, abolire le tasse universitarie costerebbe poco meno di 1,7 miliardi di euro. Ci permettiamo qui di avanzare una proposta fogliante: perché non utilizzare quelle stesse risorse per aiutare le famiglie a pagare meno, se non addirittura per rendere completamente gratuiti, asili nido e servizi per l’infanzia?

 

Lo scorso dicembre, un rapporto pubblicato dall’Istat, spiegava bene come “l’emergere di nuovi bisogni sociali e le trasformazioni istituzionali degli ultimi anni hanno determinato nuovi scenari organizzativi dei servizi di asilo nido e dei servizi integrativi per la prima infanzia. Questi servizi rivestono un ruolo cruciale non solo nel sostegno alla genitorialità, ma anche nei percorsi di crescita ed inclusione sociale del bambino”. E ancora: “I carichi familiari delle donne con figli influenzano molto la loro partecipazione al mondo del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare è inferiore a quello delle donne senza figli”. 

 

I dati dell’Istat si riferiscono all’anno 2014/2015 e prendono in considerazione solo i bambini con età inferiore ai 3 anni (il discorso potrebbe essere facilmente esteso anche alla fascia 3-6 anni). Quello che ne emerge è una fotografia, non proprio esaltante, della situazione italiana. L’istituto ha infatti censito 13.262 strutture che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia per un totale di 357.786 posti disponibili. Peccato che queste coprano solo il 22,8 per cento del potenziale bacino di utenza mentre l’Europa, come proprio obiettivo strategico, ha fissato quota 33 per cento.

 

Ci sono poi i costi del servizio. Totalmente a carico dei Comuni che ovviamente lo gestiscono tenendo conto dei propri bilanci (quasi mai in ordine). Nel 2014 la spesa complessiva per questo tipo di prestazioni è stata di 1 miliardo 482 milioni di euro, il 5 per cento in meno rispetto al 2013. E le famiglie hanno contribuito per il 20,3 per cento. Dieci anni prima la quota era del 17,4 per cento e, sottolinea l’Istat, proprio “l’aumento delle tariffe richieste dai Comuni per i servizi offerti e la difficile situazione reddituale delle famiglie, sono tra i fattori che hanno influito sul calo delle iscrizioni”.

 

Riassumendo: i genitori italiani hanno bisogno di asili per i loro figli, molto spesso non sono in grado di pagare le rette e tutto questo si traduce in un problema che va ben oltre la semplice gestione famigliare. Dire che la politica non si sia accorta di cosa stava e sta succedendo sarebbe sbagliato. A maggio dello scorso anno, ad esempio, è entrato in vigore il decreto legislativo 65 che si occupa proprio del servizio scolastico per i bambini da 0 a 6 anni. Frutto di un lungo lavoro del ministero dell’Istruzione, il provvedimento istituisce un fondo nazionale di 209 milioni di euro (che dal 2019 diventeranno 239) in parte destinati “alla gestione dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia”. Non solo, altri 150 milioni vengono destinati, nel trienno 2017-2019 alla costruzione di “poli per l’infanzia”. “I comuni – spiega al Foglio il sottosegretario Gabriele Toccafondi – decideranno come gestire questi fondi, se destinarli a strutture in gestione diretta o affidarsi a strutture in convenzione, pesando costi e qualità. Una delle possibilità che auspichiamo è ovviamente anche quella di intervenire per abbassare le rette”.

 

Il Fondo per l’anno 2017 è già stato ripartito tra le Regioni secondo tre criteri: una parte in proporzione ai bambini da 0 a 6 anni residenti, una in proporzione alla percentuale di iscritti ai servizi educativi, l’ultima per garantire un accesso maggiore ai bambini da 3 a 6 non iscritti alla scuola dell’infanzia statale. Ora tocca alle Regioni dare le risorse ai Comuni. E c’è chi dice che per vedere gli effetti dei primi interventi concreti le famiglie dovranno aspettare mesi.

 

Esistono poi altre misure di sostegno già esistenti. Dal bonus asilo da 1.000 euro l’anno, al voucher babysitter e contributo asilo nido di 600 euro (per un massimo di sei mesi) fino alla detrazione delle spese sostenute per un massimo di 136 euro (nella dichiarazione 2019 saranno 149, in quella 2020 152). Postilla: queste misure non sono cumulabili tra loro.

 

E’ possibile fare di più? Come? Una strada potrebbe essere quella di aumentare le detrazioni delle spese a carico dei genitori che, stando ai calcoli dell’Istat, si aggiravano nel 2014 attorno ai 300 milioni di euro. Ma forse c’è una strada più semplice: quella di favorire un’effettiva parità tra statale e non statale dando alle famiglie la possibilità di scegliere a quale servizio affidarsi. La differenza di costi è abissale. La spesa media dei Comuni nelle strutture a gestione diretta è di 8.440 euro annui a bambino, negli asili comunali affidati a privati questa cifra scende a 4.915 euro, in quelli privati convenzionati a 2.805.

 

Per suor Anna Monia Alfieri, che da anni si occupa del tema anche a livello istituzionale e sulla scuola è voce autorevole e libera, la soluzione è davanti agli occhi di tutti ed è il “costo standard di sostenibilità per allievo”. “Lo stesso – spiega al Foglio – che viene applicato nel campo della Sanità. Oggi i genitori hanno la libertà di scegliere dove curare i propri figli e non dove educarli. Introducendo il costo standard di sostenibilità si assegna a ogni studente una ‘dote’ che corrisponde all’ammontare minimo di risorse che vengono riconosciute a ogni scuola, statale o paritaria, sulla base di parametri certi. Queste risorse andrebbero assegnate alle famiglie che potrebbero così scegliere quale scuola fare frequentare ai propri figli. Gli istituti riceverebbero così più soldi quanti più studenti decidono di iscriversi. Questo creerebbe un meccanismo virtuoso che costringerebbe ogni istituto a migliorare la propria offerta formativa”.

 

Le soluzioni non mancano. La discussione è più che mai aperta. Piuttosto che sparare promesse a caso, perché non occuparsi di questo in campagna elettorale?

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