Trump e gli uomini di Davos

Redazione

L’anno scorso era stato lo Xi Jinping show. A Davos, il presidente cinese aveva messo il dito nella piaga dell’assenza americana al World economic forum (Wef) e si era presentato come il nuovo paladino dell’ordine economico mondiale – e i notabili della finanza internazionale, alla ricerca disperata di una guida, si erano volentieri bevuti il bluff. I presidenti americani non frequentano Davos abitualmente, ma in quel caso il Wef era diventato il palcoscenico su cui mettere in scena il ritiro americano dal mondo. Così c’è stata un po’ di sorpresa martedì, quando la Casa Bianca ha annunciato che quest’anno Trump a Davos ci sarà. Ovviamente, la portavoce Sarah Huckabee Sanders ha detto ai giornalisti che l’unica ragione della partecipazione del presidente sarà quella di castigare l’élite globalista e “promuovere le sue politiche che rafforzano il business americano, le industrie americane e i lavoratori americani”.

 

Secondo la Casa Bianca, Trump parteciperà a Davos nel ruolo di guastatore e paladino delle classi dimenticate dalla tecnocrazia finanziaria, ma ci sono molte ragioni per dubitare di questa versione, e non solo per l’abitudine trumpiana all’accondiscendenza nei confronti del pubblico a cui di volta in volta si rivolge. Trump da sempre si circonda e ama circondarsi di cosmopoliti “uomini di Davos” e di recente, specie dopo il licenziamento di Steve Bannon, la forza della sua retorica nazionalista si è in qualche modo attenuata. Secondo il politologo Daniel Drezner, che ne ha scritto sul Washington Post, c’è perfino la possibilità che “a questo evento Trump si mostri molto più neoliberista del solito”.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.