Macron vuole fermare l'orologio del debito pubblico. E in Italia?

Renzo Rosati

Roma. A Berlino esiste lo Schuldenuhr, l’Orologio del debito: è in Reinhardstrasse, poco distante dal Bundestag, sulla facciata della sede della BdSt, la federazione tedesca dei contribuenti. Da Capodanno sta girando al contrario poiché il debito federale ha iniziato a scendere non solo il rapporto al Pil (avviene da anni) ma in assoluto. Il calo è di 78 euro al secondo; nel 2009 aumentava di 4.400 euro. Questo darà al prossimo governo, qualunque sia l’alleato di Angela Merkel, un avanzo in partenza di 30 miliardi destinare a investimenti e riduzione delle tasse.

 

In Italia il debito pubblico è notoriamente il maggior fattore di rischio economico e sociale e una zavorra per la maggioranza che uscirà dalle elezioni del 4 marzo. Ma nessun partito promette la sua riduzione. Anzi, la gara è al rialzo, dal M5s alla Lega salviniana a Forza Italia fino anche al Pd in versione movimentista. Quanto alla nostra pletora di associazioni di contribuenti, è abituata a festeggiare le mance con soldi pubblici ignorando il macigno che graverà sui giovani. Gli austeri tedeschi però non sono una razza a parte come qui si pensa. Un orologio del debito c’è anche a New York a Times Square, simbolo dell’avversione americana per tutto ciò che è statale. Ma di debito si sta occupando il leader del paese che consideriamo più affine a noi, e per default nostro alleato contro l’austerity: Emmanuel Macron. Il presidente francese lo aveva promesso nella campagna per l’Eliseo: il debito pubblico, che ormai sfiora il 100 per cento del pil, verrà ridotto non solo per far piacere a Berlino e Bruxelles (lo spread della Francia è di 35 punti, quello dell’Italia intorno a 160), quanto per ridurre il peso dello stato nell’economia, rendendola più competitiva. Macron, con un passato alla banca d’affari Rothschild, ha focalizzato l’attenzione sulle 81 aziende dove il governo è azionista con quote totali di 100 miliardi di euro, e per le quali verrà lanciata una campagna di privatizzazioni. Nella lista di partenza ci sono il colosso dell’energia Engie, la Française des Jeux, monopolista di lotterie e scomesse, mentre gli analisti – riporta il Financial Times – si aspettano la discesa del Tesoro anche in Orange, principale gruppo di telecomunicazioni. E prima ancora in Aéroports de Paris, proprietario degli scali Charles de Gaulle e Orly, dove lo stato ha il 50,6 per cento. Macron promette però di ritirare la mano pubblica anche nelle partecipazioni minori.

 

E il pensiero corre inevitabilmente alle municipalizzate locali italiane. Economisti come Francesco Giavazzi e Carlo Cottarelli (entrambi ex consulenti governativi alla spending review) ne hanno proposto più volte la drastica potatura e la privatizzazione. Si tratta di circa 2 mila aziende, la metà neppure operative, che secondo un rapporto di Mediobanca del luglio 2017 valgono 15,6 miliardi di capitalizzazione, dei quali 6,9 per quelle quotate. Che peraltro sono appena sei, e solo due, Hera e Acea, hanno aumentato di valore dalla data di collocamento. In compenso per le sole aziende di trasporto locale lo stato ha erogato in 10 anni 16,8 miliardi di contributi praticamente a fondo perduto, ritrovandosi infatti un deficit complessivo di 1,1 miliardi. Il caso monstre è ovviamente Roma, dove il governo ha appena stanziato 425 milioni per la manutenzione della metropolitana, e nel contempo la giunta grillina di Virginia Raggi rifiuta perfino la messa a gara della concessione della semifallita Atac (1,3 miliardi di debiti) per non dispiacere ai suoi 14.500 dipendenti-elettori. Ma non va meglio la Gtt torinese, anch’essa in dissesto e per la quale la sindaca a 5 stelle Chiara Appendino rischia guai politici e giudiziari.

 

Privatizzare farebbe bene, anche ai politici con i paraocchi. I contribuenti tedeschi e americani lo sanno da sempre, festeggiando quando l’indebitamento pubblico scende. Ora Macron intende fare scuola nella statalista Francia, con un piano ambizioso. In Italia però non c’è nessun orologio del debito.

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