Ricostruzione alla moviola del balletto Etruria-Vicenza

Alberto Brambilla

Roma. La commissione d’inchiesta parlamentare sulle crisi bancarie ha vivisezionato gli interessi del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi in Banca Etruria. Allo stesso tempo si è appreso che Banca d’Italia non aveva interesse a unire due banche deboli come Popolare di Vicenza e, appunto, Etruria. E’ ora possibile rivedere la vicenda per capire i reali interessi in gioco, partendo da cinque anni fa.

     

Da 2012 al 2013, Banca d’Italia fa un’ispezione approfondita sulla qualità dei crediti e della governance di Etruria. La banca è deficitaria sotto tutti i punti di vista. Il 3 dicembre 2013 l’ispettore Emanuele Gatti e il direttore del dipartimento Vigilanza Carmelo Barbagallo entrano nella banca d’Arezzo e leggono al cda sia il verbale conclusivo dell’ispezione sia una lettera a firma del governatore Ignazio Visco. Il risultato è che date le carenze e l’inadeguatezza del management la banca deve provvedere a un progetto di aggregazione con un altro istituto e realizzarlo velocemente, entro tre mesi circa, da presentare entro il 31 marzo 2014. Il cda successivo (13 dicembre) inizia l’iter finalizzato all’aggregazione. Con l’obiettivo di formulare un’offerta vincolante, si presentano Banca popolare dell’Emilia Romagna (cercata da Etruria) e Banca Popolare di Vicenza. I pretendenti hanno esaminano i dati riservati della banca fino a marzo. Bper abbandona in aprile, resta la banca di Gianni Zonin. Le parti nominano gli advisor per l’operazione. Etruria sceglie Rothschild e Lazard. Rothschild è scelta per volere dell’allora presidente Giuseppe Fornasari che ai suoi collaboratori avrebbe detto “mi dicono così”, senza chiarire il soggetto. Rothschild è anche advisor di Vicenza. (*rettifica)

  

E’ dunque singolare che lo stesso soggetto consigli sia la “preda” sia il “cacciatore” dell’acquisizione. All’epoca Vicenza era in fregola da acquisti – voleva comprare un centinaio di filiali da Cassa di risparmio di Ferrara, settanta da Banca Marche, la Popolare di Marostica, e al carniere aggiunge Etruria – per giustificare ai soci un aumento di capitale da 907 milioni di euro lanciato nello stesso periodo. L’attivismo serviva da cortina fumogena a Zonin per non rivelare uno stato di sofferenza della banca veneta perché infatti non comprerà mai nulla.

 

E’ stato un bluff? Il ruolo di Banca d’Italia è stato indagato dalla commissione Bicamerale. Barbagallo ha risposto in audizione che “non ha chiesto né incoraggiato né tanto meno favorito la Pop. Vicenza ad acquisire Etruria” ma “non disponeva di elementi per contrastarla a priori”. Se parlare di “pressioni” è errato, il piglio è quello di un placet. Spingere per una fusione tra due istituti traballanti (Vicenza è stata in seguito soccorsa prima dal fondo pubblico-privato Atlante e poi da Intesa Sanpaolo insieme a Veneto Banca) sarebbe imbarazzante. E’ improbabile però che Banca d’Italia non conoscesse la situazione visto che i rapporti con Vicenza erano oltremodo cordiali. L’Espresso ha rivelato uno scambio di sms tra Barbagallo e il direttore generale della banca veneta, Samuele Sorato, agli atti dell’inchiesta giudiziaria della procura di Vicenza sulla fallimentare gestione ventennale di Zonin.

 

Sorato, che di Zonin era braccio destro, chiedeva “suggerimenti” dopo la bocciatura agli stress test della Bce, Barbagallo fornì l’aiuto richiesto e si congedò con un “in bocca al lupo!”. Di regola la comunicazione tra Banca d’Italia e un suo azionista/vigilato avviene con asettici atti ufficiali. Avere un confronto con messaggi telefonici è un privilegio. Preoccupata che il distretto orafo aretino (che intermediava 70 tonnellate di oro l’anno) potesse soccombere rispetto a quello vicentino, il principale rivale, Etruria ha cercato di divincolarsi dall’acquisizione di Vicenza – indiscrezioni di stampa parlavano di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) e non di una fusione tra pari – attivando i canali disponibili, derivanti sia dai contatti agevoli con il governo Renzi e l’allora ministro Boschi, figlia del vicepresidente della banca, sia esterni. Bank Hapoalim, istituto di credito di Israele, esplora l’acquisizione dal Gruppo Etruria di Banca Federico Del Vecchio, specializzata in gestione di grandi patrimoni, grazie ai servigi di Marco Carrai, storico amico del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il fondo inglese Anacap si presenta per valutare l’acquisto di Npl e l’ingresso nel capitale di Etruria.

 

Nonostante i dubbi, Etruria però si adegua e, durante un incontro alla magione di Zonin a Gaiole in Chianti, i suoi rappresentanti propongono una soluzione soft: l’acquisto di settanta sportelli e diritto di prelazione per l’aggregazione da fare approvare all’assemblea degli azionisti successivamente. E’ una modalità graduale che non cambia la sostanza dell’operazione ma è utile a farla digerire ai soci e alla città. La prospettiva della chiusura è da thriller per Arezzo: Etruria era la più grande azienda (1.800 dipendenti) e finanziava il 40 per cento delle attività economiche, alcune delle principali già fallite durante la crisi. Per Zonin l’operazione sembrava fattibile, anche in quei termini, ma bisognava ascoltare il parere della Vigilanza. Il lunedì successivo, il 16 giugno 2014, in una riunione nella sede della Vigilanza (in Via Piacenza a Roma) dove sono presenti i vertici di Etruria e di Vicenza, Barbagallo e i supervisori responsabili delle due banche, Zonin cambia opinione e sentenzia che la sua idea è quella di un’Opa e basta.

 

Come si sa, l’operazione non avverrà mai, al pari delle altre annunciate da Zonin. Solo successivamente a questi fatti, come emerso dalla commissione, Boschi vede a dicembre l’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, per capire possibili soluzioni per la banca che sorregge la sua provincia, la sua constituency elettorale. Era l’ultimo tentativo, Etruria verrà commissariata nel 2015 con decisione del governo Renzi e finirà a Ubi Banca alla fine di quell’anno. Ubi ha detto che non farà più il prestito d’uso, la forma tipica di finanziamento di Etruria agli orafi. Ora che anche l’oro di Etruria vale quasi nulla, la piccola banca d’Arezzo sembra diventata la più interessante d’Italia.


   

* Al direttore - In merito all’articolo di Alberto Brambilla su “Questioni di Interessi” e alla sua “ricostruzione alla moviola del balletto Etruria-Vicenza”, Rothschild precisa di non essere stata advisor della Popolare di Vicenza nella trattativa con Banca Etruria. La Popolare di Vicenza, per la trattativa con Etruria, era infatti assistita da Mediobanca. Dopo il rifiuto da parte di Banca Etruria dell’offerta per cassa da parte della Popolare di Vicenza, Mediobanca fu nominata advisor di Etruria. Se lei – come pensiamo, visto che si sta occupando da mesi di questo argomento – ha seguito con attenzione tutta la vicenda e non ultima l’audizione del dottor Ghizzoni del 20 dicembre, non può dare un’interpretazione come quella riportata sul Foglio sui ruoli degli advisor. La informo quindi che Rothschild, considerando quanto da lei scritto gravemente lesivo della sua reputazione, darà mandato ai propri legali per tutelare l’immagine della Banca nelle sedi competenti.
  
Alessandro Daffina, Amministratore Delegato Rothschild Italia
    
Prendiamo atto delle vostre precisazioni, con le nostre scuse per l’errore.
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