Una psichedelica web tax

Redazione

Disse Boccia a Mucchetti: la tua web tax è piena di difetti. Rispose Mucchetti a Boccia: la tua è una web tax fantoccia. Si può riassumere così il singolare scontro tra il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, e il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, attorno alla controversa imposta sulle transazioni digitali. Tale balzello (che entrambi invocavano da tempo) è stato introdotto nella legge di Bilancio con un emendamento dell’uno a Palazzo Madama. L’altro ha però presentato un correttivo a Montecitorio, per cambiare sia la base imponibile, sia le modalità di esazione dell’imposta. Nella versione Mucchetti, la tassa colpisce con un’aliquota del 6 per cento sui ricavi gli acquisti di servizi digitali da parte delle imprese. Boccia vorrebbe invece ridurre l’aliquota al 3 per cento da applicare nelle cessioni di servizi “business to business” tramite ritenuta alla fonte da parte del committente. Boccia ritiene la web tax del Senato difficilmente applicabile e comunque iniqua per le imprese italiane, che finirebbero per doversene far carico. Mucchetti ha difeso il proprio testo argomentando che la proposta della Camera sarebbe equivalente a un aumento dell’Iva sugli acquisti online, e comunque in caso di traslazione sulle Pmi imporrebbe un aggravio modesto. In effetti, se la web tax del Senato era cervellotica e forse contraria alle regole europee, quella della Camera si configura come un tributo sull’economia digitale privo di nesso coi presunti redditi occultati dai colossi online. Mucchetti e Boccia si accusano a vicenda di aver fatto un pasticcio. Parafrasando H. L. Mencken: ciascuno s’è impegnato generosamente nel dimostrare che la tassa dell’altro sarà l’ennesimo salasso sulle imprese italiane.

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