Piketty ha scoperto l’impermeabile. In Asia

Giuliano Ferrara

Il Piacione Collettivo adora Piketty, Thomas, l’economista. Non solo perché è un bel ragazzotto, elegante, stilé, di lui piace molto la scoperta dell’ombrello, che poi in francese, come découverte du parapluie, suona meno umoristica, Achille Campanile, e più charmante. Anche Yanis Varoufakis è piacente, con le sue motociclette borchiate, quell’aria da teppista, ma la storia del Minotauro globale, il capitalismo turbofinanziario che mangia i suoi figli, risultò alla fine un po’ splatter, in particolare se raccontata da Atene, dove a forza di razzolare male in tema di banche per molti mesi gli sportelli hanno potuto offrire solo sessanta euro al giorno ai depositanti, e c’è voluto l’aiuto dei luterani del nord per uscirne vivi. La scoperta dell’ombrello sapete tutti cos’è: è un libro imponente, che tutti citano, lo abbiano letto o no, più no che sì, sul destino amaro del capitalismo, che è obbligato a produrre diseguaglianze, come segnalano, a ombrello già scoperto prima, gli algoritmi futurologici e storico-statistici. A sentenziare che il Finanzkapital la fa sempre franca e cresce ma non altrettanto fanno reddito, economia reale, consumi. Il fatto che cent’anni fa fu assaltato il Palazzo d’Inverno, ne uscì un sistema fortemente egualitario, e il risultato fu una miseria molto ben distribuita, a parte il resto, e mortifero, appare come un codicillo storico irrilevante per le statistiche, pur nella sua evidenza.

 

Ma ora stranamente di Piketty sui giornali non si parla più con tanto glamour, o si travisa il senso dell’ultimo rapporto generale accademico al quale l’economista ha collaborato. Infatti ha scoperto l’impermeabile. E’ roba di un paio di settimane fa. Pare di capire che l’ineguaglianza è asiatica in massimo grado, infatti dove si mangiava una ciotola di riso a famiglia ora ci sono una classe media e un precario proletariato, in grado di vivere meno miseramente, che si fronteggiano con una borghesia imprenditoriale e finanziaria di bestiale voracità e capacità (le due cose coincidono, in questi casi), che ha la vocazione a fare molti soldi e a spenderli in quantità. L’ineguaglianza sta là, dice Piketty a noi che ne siamo sempre stati convinti non essendo economisti ma lettori di Fernand Braudel, perché nella lunga durata bisogna pur dire che l’Europa ha il suo bel welfare, ha i suoi punti di convergenza in reddito e consumi, e dunque qui da noi l’ineguaglianza è molto ma molto minore. La forbice qui non taglia con la violenza scissoria di Shanghai o di Mumbai. Le medie aritmetiche disperanti sulla crescita del torto e dell’ingiustizia sono condizionate pesantemente dal fatto che in quelle medie contano sopra tutto i dati di chi si è tirato fuori dal pantano per i capelli turbocapitalistici.

 

Ecco. Avevamo il sospetto che le cifre globali nascondessero qualcosa di molto importante. Le società dell’un per cento, i ricchissimi che in America e in Europa concentrano in poche mani il vertice della mobilità sociale e del patrimonio, saranno pure inique ma si accompagnano a una certa dose di protezione e di eguagliamento che si distende su diversi ceti sociali e comprende un certo ruolo dello stato e dell’impresa, della cittadinanza e del capitalismo funzionante, come in Germania o in Francia o in Spagna o perfino in Italia. Ci sono le banche, nel mondo sviluppato occidentale, la finanza delle banche centrali, ci sono le tecnologie, l’innovazione, l’investimento, magari le start up più di recente, e questo produce un tasso non si dirà accettabile ma generalmente ritenuto consono di disparità tra haves e have-nots. La base dell’apparato produttivo e finanziario si è abbastanza consolidata nei secoli, i Fugger facevano faville nel Cinquecento, e c’era il fiorino, così tutta la retorica dell’ineguaglianza, tenuto conto che oggi i Fugger se la battono con le assicurazioni sociali, la cassa integrazione, sanità e istruzione quasi gratuite per tutti e i consumi diffusi, diventa un po’ meno ridondante se si pensi allo stato di questo mondo, nonostante cattive prove, sacche di miseria permanenti, e guerre e sventure varie. Piketty spiega nel suo rapporto quanto risultava occultato delicatamente nel suo libro sui mercati aperti giustizicidi: tutto questo inceppo di una prospettiva di convergenza apparentemente svanita, che è poi la promessa del capitalismo e la sua essenza, al di là del fatto ancora più ovvio dell’ombrello che lo sviluppo produce di per sé diseguaglianza, in realtà dipende dal fatto che la globalizzazione ha tirato fuori un mondo perduto dalla sua distretta, e ha potuto farlo solo a prezzo di tremende tensioni inegualitarie. Ma nella patria del capitalismo la convergenza c’è. Sono cose così intuitive e vere, come l’ombrello da aprire quando piove, che non c’è spazio nei giornali e nelle televisioni per discuterne con pacata rassegnazione: il denaro che produce denaro non è sterco su sterco del diavolo, è una discreta bonanza a disposizione di moltissimi. Firmato Piketty.

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