Che succede a Repubblica? Chiedetelo a Elkann

Stefano Cingolani

Roma. Il genitore che scarica l’erede, il figlio che sconfessa il padre, i giornalisti e la direzione che fanno fronte comune contro il vecchio patron. Che cosa accade alla Repubblica e in casa De Benedetti? Secondo i più maliziosi, il passaggio chiave dell’intervista galeotta dell’Ingegnere al Corriere della Sera, che ha provocato una frattura aperta con il comitato di redazione, con i vertici del giornale e con il figlio Marco, presidente del gruppo editoriale, è il riferimento di Carlo De Benedetti a Luciano Benetton il quale intende rimettersi a filare i vecchi maglioncini, scoloriti non solo dai manager, ma da suo figlio Alessandro. “Commovente”, l’ha definito CDB. Vuoi vedere che si è già pentito di aver lasciato sei mesi fa ai suoi tre rampolli un gruppo con 300 milioni di euro in cassa e soprattutto il suo gioiello, la Repubblica?

 

Chi vuole guardare ancora più avanti sostiene che in realtà l’Ingegnere stia rimuginando anche sull’accordo stipulato a marzo con John Elkann, perché l’erede Agnelli potrebbe assumere un ruolo decisivo in Largo Fochetti. E qui la chiave di lettura è nella lettera agli azionisti Exor della primavera scorsa. Entro la fine di quest’anno, la holding che controlla anche la Fca, la Ferrari, Cnh, PartnerRE, diventerà socia numero due della società editoriale ora chiamata Gedi. Dopo che la Fiat avrà distribuito i titoli della Rcs dalla quale è uscita, e una volta integrate la Stampa e il Secolo XIX di Genova, portate in dote, si capiranno le quote, anche se il pacchetto della Cir resterà preponderante con il 43 per cento. John Elkann ha voluto ricordare che il gruppo fu fondato “dal mio prozio Carlo Caracciolo, l’editore di maggior successo in Italia, dal quale ho ereditato sia la passione per i giornali sia la consapevolezza della loro importanza per la società”. E la foto di zio e nipote sorridenti in maglioncino l’uno accanto all’altro sembra un’indicazione sul futuro più che un richiamo al passato. Del resto, Exor punta sul giornalismo di qualità, tanto da aver acquistato da Pearson il pacchetto principale dell’Economist. Non solo. La lettera contiene un apprezzamento non formale a Monica Mondardini, definita “guida” del gruppo e “manager di grande talento”. Proprio lei, l’amministratore delegato, avrebbe avuto un ruolo chiave negli ultimi cambiamenti al vertice che non sono piaciuti all’Ingegnere, cioè la nomina di Tommaso Cerno a condirettore al fianco di Mario Calabresi. Il ripensamento è, insomma, a tutto campo e riguarda lo stesso Calabresi il quale, seppur cresciuto alla Repubblica, è maturato come direttore alla Stampa. L’intervista ha suscitato un putiferio costringendo Marco De Benedetti a smentire per iscritto il padre e a ribadire al comitato di redazione che “i vertici della società sono determinati a proseguire sulla strada tracciata”.

 

Dietro c’è il dissenso sulla linea del giornale e la presa di distanza da Eugenio Scalfari a proposito di Silvio Berlusconi considerato dal Fondatore un male minore rispetto alla Casaleggio Associati. Ma CDB è soprattutto un uomo d’affari che, a 83 anni, non ha intenzione di rimirare le montagne di St. Moritz. Lo si è visto anche con il blitz borsistico sulle banche popolari alla vigilia della loro trasformazione in spa due anni fa. CDB è un altro “grande vecchio” dopo Murdoch e Berlusconi, che ha triangolato affari, stampa e politica; tanto più ora che s’avvicinano le elezioni, quel triangolo funziona. Nel secondo gruppo editoriale italiano s’è messo in moto un processo dagli esiti non scontati. Certo, Elkann non vuol fare l’azionista passivo. Non lo ha fatto alla Rcs, dove ha preso il comando. La battaglia di Via Solferino è finita con una ritirata a favore di Urbano Cairo che sta trasformando i connotati editoriali e la linea politica del Corsera. Repubblica, in calo di copie e “senza spigoli” (parola dell’Ingegnere), offrirà l’occasione per la rivincita?

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