Nessuno tocchi Boeri. Perché fermare un sinistro assalto all'Inps

Carlo Stagnaro

Salvate il soldato Boeri. Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli appelli per dare il benservito al presidente dell’Inps. C’è chi gli imputa eccessiva rigidità nella valutazione dell’Ape sociale (che però si basa su quanto prescritto dalla legge). C’è chi si fa scudo della presunta necessità di rivedere la governance dell’Istituto, con la contestuale nomina di nuovi vertici (tema su cui starebbero circolando le bozze di un emendamento alla legge di bilancio). La realtà è molto più banale: nei tre anni trascorsi dall’insediamento (24 dicembre 2014), Tito Boeri ha semplicemente dato fastidio, perché ha esercitato fino in fondo il suo ruolo e, si sa, chi decide, divide.

 

Internamente, l’economista bocconiano si è concentrato sull’efficienza e la trasparenza, riducendo le direzioni generali da 48 a 36 e arginando lo strapotere dei sindacati specie in tema di nomine. Ha inoltre reso più facilmente fruibili i servizi dell’Istituto (il sito è diventato comprensibile e con il nuovo Pin molte cose si fanno finalmente online, senza doversi rivolgere a Caf e patronati anche per operazioni semplici). Esternamente, non ha mancato di animare il dibattito pubblico con proposte e prese di posizione sui principali temi della previdenza e del lavoro. Basti pensare ai ripetuti avvertimenti sui conti previdenziali, i richiami alla razionalità sul tema dell’immigrazione, le “buste arancioni”, l’operazione-verità sulle pensioni d’oro di molti ex politici e sindacalisti con la stima dei medesimi assegni secondo il metodo contributivo.

 

Chi semina vento, d’altronde, raccoglie tempesta. S’ode dalla Fiom uno squillo di tromba: “Il problema di fondo è riordinare l’Inps e penso che il presidente dell’Inps non debba mai essere quello che pensa di sostituire il governo o il ministro del Lavoro” (Maurizio Landini). Dalla Uil risponde uno squillo: “Una delle cose che dovremo fare l’anno prossimo è quella di riconquistare la gestione della previdenza nel nostro paese visto che si tratta di soldi dei lavoratori e delle imprese e non dei professori della Bocconi” (Carmelo Barbagallo). “Riconquistare l’Inps” non è un’obiezione di merito: è una guerra di potere.

 

Così, proprio per la sua linearità, Boeri è diventato il simbolo di un approccio basato sui fatti o, per parafrasare il titolo di un bel libro di Alberto Bisin, su dati e modelli anziché su favole e numeri. In un contesto in cui i partiti e i sindacati fanno a gara per rappresentare i pensionati, questo algido professore si è trovato suo malgrado tra i pochi che tentano di dare una voce ai giovani e ai loro interessi di lungo termine. “Più anni di vita senza adeguamento vogliono dire più pensioni da finanziare con le proprie tasche – ha detto in un’intervista a Repubblica il 27 ottobre – E’ una questione di equilibrio del sistema previdenziale e di equità intergenerazionale”.

 

Il principale contributo di Boeri alla discussione, in ogni caso, prescinde dalle sue opinioni specifiche: e riguarda semmai l’aver costantemente evidenziato i trade off sottostanti a ogni scelta di politica economica. Se vuoi abbassare l’età pensionabile, dovrai alzare i contributi. Se vuoi alzare un muro tra l’Italia e il nord Africa, il costo lo pagheranno gli italiani.

 

Le sue incursioni tra il tecnico e il politico possono non piacere; si può ritenere che il capo dell’Inps dovrebbe tenere la bocca chiusa. Ma sarebbe davvero un comportamento responsabile, quello di confinarsi nel silenzio del civil servant mentre la larga maggioranza delle forze politiche sembra indiavolata a comprare consenso elettorale oggi a spese dei lavoratori di domani? Forse Boeri dovrebbe tenere un basso profilo: o, almeno, a tanto ci avevano abituato le gestioni precedenti, che nessuno ha il coraggio di rimpiangere apertamente. Sia come sia, stiamo attraversando tempi eccezionali: per fortuna, all’Inps non abbiamo un presidente normale.

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