Le accuse sconsiderate di Barbagallo (Uil) e la dignità della Fornero

Luciano Capone

Roma. Ultimamente il paese è preoccupato per le fake news e allarmato per l’avanzata dei neofascisti. Due temi da non sottovalutare. Va bene quindi l’interesse per il lavoro di propaganda di un webmaster di Afragola a favore di Lega e M5s ed è giusta l’attenzione per la bandiera del Reich appesa muro di una caserma da un carabiniere. Ma se vogliono descrivere il degrado civile e l’imbarbarimento della discussione politica nel paese, i media avrebbero fatto meglio a dare risalto alle roboanti dichiarazioni del segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo: “Monti, Boeri e Fornero sono al servizio delle multinazionali, è meglio che se ne vadano all’estero”.

 

La scorsa settimana, durante una manifestazione della Uil sulle pensioni, il sindacalista ha prima attaccato dal palco “i cani da guardia della riforma Monti-Fornero” che sarebbero “il presidente dell’Inps, la Ragioneria dello stato e la Corte dei conti”, in pratica tutti coloro che hanno a che fare con l’aritmetica, nemica di Barbagallo e delle sue truppe. Poi il segretario della Uil ha annunciato la presa del Palazzo d’Inverno, ovvero l’Inps: “L’anno prossimo dobbiamo riconquistare la gestione della previdenza del nostro paese visto che sono i soldi dei lavoratori e delle imprese e non dei professori della Bocconi”. E infine, a margine dell’assemblea, ha indicato i nemici del popolo – Monti, Boeri e Fornero – e la punizione che gli spetta: l’esilio. “Chiediamo una nuova governance dell’Inps – ha detto Barbagallo – e siccome Monti, Fornero e Boeri rispondono agli interessi delle multinazionali internazionali, è meglio che se ne vadano all’estero a lavorare”. E’ una dichiarazione sconsiderata, carica di una violenza che evoca periodi molto bui della nostra storia, che probabilmente vanno al di là delle intenzioni di un sindacalista inadeguato al suo ruolo come Barbagallo, uno di quei personaggi che non dovrebbero mai esprimere concetti più forti delle proprie conoscenze linguistiche e grammaticali.

 

Ma le parole di Barbagallo, pronunciate in maniera così spensierata e passate sotto silenzio per assuefazione o disinteresse, portano con sé un grande carico di aggressività e drammaticità. Soprattutto se escono dalla bocca di un sindacalista, che rappresenta milioni di persone e dovrebbe rappresentare una storia, quella del riformismo, che ha versato tributi di sangue per aver toccato i fili ad alta tensione del lavoro: Gino Giugni, Ezio Tarantelli, Antonio Da Empoli, Massimo D’Antona, Marco Biagi. Proprio l’omicidio di Biagi fu preceduto da una lunga criminalizzazione, dalle accuse di tradimento e di collateralismo con Confindustria, dalle pesanti critiche del segretario della Cgil Sergio Cofferati. Le accuse di Barbagallo vanno addirittura oltre: i tre professori vengono accusati di essere traditori della patria, al servizio degli stranieri, tra l’altro usando una formula che ricorda quella brigatista dello “Stato imperialista delle multinazionali” .

 

In un paese piegato dalla crisi e avvelenato dal rancore, è una fortuna o un miracolo che non ci siano episodi di violenza politica. L’uscita di Barbagallo fa parte di una lunga scia d’odio che nel caso della professoressa Fornero è diventata una vera e propria “character assassination”: fake news sulla famiglia, Matteo Salvini che organizza manifestazioni sotto casa sua, ex ministri come Oliviero Diliberto che si affiancano a persone con macabre t-shirt, attacchi di Beppe Grillo. Tutto nel silenzio vigliacco dei partiti che hanno votato la sua riforma (l’80 per cento del Parlamento) e dei media che incitavano i tecnici in coro: “Fate presto!”. Nella stessa giornata in cui Barbagallo spargeva veleno davanti ai delegati della Uil, Fornero era alla presentazione di un film sugli esodati in cui viene definita “strega” e “ladra”. Da sola, davanti a un pubblico ostile, a prendersi le sue responsabilità con onore e coraggio. Francesco Cancellato su Linkiesta ha giustamente definito Elsa Fornero un “gigante di dignità tra i nani e i pavidi della politica”. E del sindacato.

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