Ius primae Netflix

Redazione

Gli operatori tradizionali si trovano, e da tempo, spiazzati dalle iniziative dei protagonisti del consumo digitale. Negli Stati Uniti la più grande catena di distribuzione di farmaci, la Cvs Healt, ha annunciato l’intenzione di acquistare Aetna, terza compagnia di assicurazione sanitaria americana, per 69 miliardi di dollari. Il matrimonio è una mossa per contrastare l’arrembaggio di Amazon all’industria farmaceutica dopo aver ottenuto licenze per la vendita all’ingrosso di farmaci in alcuni stati americani. Nel settore dell’intrattenimento, dopo un mese di stallo, la 21st Century Fox di Rupert Murdoch ha ripreso le trattative con Disney per cedere studi televisivi, canali via cavo, e parte del business internazionale come una quota di Sky in Europa. La combinazione Fox-Disney deriva dalla volontà di raggiungere un’offerta di contenuti in grado di competere con società come Amazon e Netflix che hanno costruito popolari piattaforme globali per servizi di trasmissione in streaming.

 

Se in America la risposta alle trasformazioni dei big digitali in vari settori è in chiave concorrenziale, in Italia invece è assistenziale per sostenere l’industria cinematografica nazionale, o parte di essa. In una recente intervista il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha proposto di “obbligare” un operatore privato come Netflix a dare più visibilità alle produzioni italiane e “costringere anche tutte le piattaforme online a valorizzare prodotti italiani, su home page, menu, banner”. Bisogna pensare che così Netflix dovrà obbedire alla Cinecittà “sovrana”, a prescindere dalle preferenze dei suoi utenti? Una prerogativa che ricorda l’obbligo per la sposa novella di un servo di giacere col signore feudale la prima notte di nozze.

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