"L'obbligo di chiusura nei giorni festivi? Demenziale". Parla il presidente di Confimprese

Luciano Capone
"La liberalizzazione degli orari è stata una delle cose buone fatte dal governo Monti, di certo è stata l’unica liberalizzazione completa", dice Mario Resca. "Un principio diverso dalla piena liberalizzazione non può funzionare". E “mentre si fanno battaglie di retroguardia che auspicano un ritorno al passato, il commercio online cresce a doppia cifra".

“Siamo totalmente contrari, per principio. Fosse anche un solo giorno”. Mario Resca, presidente di Confimprese – associazione che raccoglie 300 grandi marchi del retail con 450 mila addetti – non è sopraffatto dal clima di rassegnazione che si respira tra chi si oppone al ddl 1629, la legge ora in discussione al Senato che prevede l’obbligo di chiusura dei negozi in almeno 6 delle 12 giornate festive indicate dalla norma. “Sembra che altre associazioni stiano accettando quasi passivamente un compromesso che ha ridotto l’obbligo di chiusura da 12 a 6 giorni, ma è una questione di principio. Perché 1 giorno, 12 o 56? Con quale criterio lo si stabilisce? La liberalizzazione degli orari è stata una delle, non so se poche o tante, cose buone fatte dal governo Monti, di certo è stata l’unica liberalizzazione completa. I negozi non sono obbligati a stare aperti, se uno vuole chiudere chiude, ma non si possono chiudere per legge le imprese che vogliono servire i clienti”. Dalle rilevazioni fatte tra i propri associati, Confimprese dice che quest'anno il 1 maggio e il 25 aprile nel settore abbigliamento e calzature il fatturato è cresciuto del 10% e inoltre che le giornate festive per cui si prevede l’obbligo di chiusura valgono il 4 per cento del fatturato annuale, circa 8 milioni per associato. E poi ci sono i clienti, che secondo una ricerca Ipsos sono nel 78 per cento dei casi favorevoli all’apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi.

 

Ma al di là delle cifre e dei dettagli, su cui si potrebbe discutere e anche trovare un qualche compromesso, è proprio il principio affermato nella legge che non va giù: “La liberalizzazione è stata una grande cosa, ha migliorato l’offerta e reso più vivaci le città, prima abituate poco agli orari continuati. Un principio diverso dalla piena liberalizzazione non può funzionare, la legge diventa uno strumento in mano alle lobby e sotto-lobby e quindi discriminatoria”. Resca si riferisce al fatto che l’obbligo di chiusura vale per alcuni settori e non per altri: saracinesche abbassate per abbigliamento, calzature, profumerie, articoli per la casa, gioiellerie e ingrosso, ma alzate per bar e ristorazione, elettronica di consumo, arredo e librerie. “Succede così che si possono comprare le macchinette da barba ma non le scarpe, i libri ma non i profumi. In base a quale principio? Chi è che ha deciso che un consumatore nei giorni festivi vuole un comodino e non un cappotto? Aggiungo poi che se si pensa che i festivi siano sacri, che tutti hanno diritto a 12 giornate di riposo in famiglia come dice pure la chiesa, allora bisognerebbe fermare anche treni e compagnie aeree”.

 

Le questioni di principio ovviamente sottendono anche quelle economiche e di mercato, che tra l'altro sta mutando rapidamente: “Mentre si fanno battaglie di retroguardia che auspicano un ritorno al passato, il commercio online cresce a doppia cifra – dice al Foglio Resca – Mentre noi dibattiamo di queste cose Amazon lavora su tre turni, tutto il giorno, e in 24h consegna i prodotti a casa. I negozi chiudono per la crisi e noi li facciamo stare chiusi per legge? Vuol dire rinunciare alle vendite, ai posti di lavoro di giovani e disoccupati nel weekend, alle maggiorazioni per i dipendenti nei festivi, proprio ora che invece bisogna stimolare i consumi”. Oltre che con l'occhio rivolto al mercato interno, la controriforma delle aperture nei festivi andrebbe vista secondo il presidente di Confimprese anche in un’ottica di competitività internazionale: “L’Italia è un paese turistico ma è lentamente scivolata al quinto posto globale. Il governo sta giustamente cercando di aprire i musei a Ferragosto e poi che facciamo, chiudiamo i negozi? E' demenziale. Dovremmo invece discutere su come rendere l’Italia competitiva in Europa, di come competere nella produzione di ricchezza e invece torniamo indietro”.

 

[**Video_box_2**]Sta di fatto che questa proposta è stata approvata alla Camera con il voto favorevole di praticamente tutti i partiti (M5S, Pd, Fi, Ncd e nessun voto contrario) e l’appoggio fuori dal Parlamento di Confcommercio, Confesercenti, sindacati e chiesa: “Ciò che mi sorprende di più – conclude Resca – è il silenzio del governo. Conosco il presidente Renzi, parla spesso di libera concorrenza, è uno che questi temi li capisce e li conosce anche per essere stato sindaco di una città turistica. Mi meraviglia molto che sia silente e si lasci trascinare in questa battaglia contro la libertà d’impresa”.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali