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Con il G20 gli ambientalisti fanno gli stessi errori dei no global
Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
di
29 OCT 21

Arrivano a Roma i leader politici dei 20 paesi economicamente e strategicamente più rilevanti nel vertice che, al meglio, rappresenta la globalizzazione. Forza, si direbbe, naturale, che va avanti da decenni senza interruzioni, con solo brevi momenti di rallentamento, presto superati. A Roma ci saranno anche le proteste che da un po’ di tempo scandiscono questo tipo di appuntamenti. Ma c’è un aspetto di queste proteste che va un po’ analizzato e potrebbe essere tema di conversazione a cena. Perché, ed è rimasta la sigla nella nostra memoria, dalla fine degli anni Novanta a tenere la scena protestataria erano inderogabilmente i no global. Strano coacervo di orientamenti contrari agli scambi commerciali internazionali, una specie di fermate il mondo voglio scendere, che però venne preso sul serio e mobilitò enormi energie e grandi passioni. Esattamente delle loro tesi però non si capisce bene cosa sia rimasto. E anche di tante mobilitazioni, di un movimento spontaneo che aveva travolto Europa e Americhe, cambiando per sempre, se non altro, le regole di sicurezza con cui si tenevano i grandi incontri internazionali. Ci si chiede cosa ci sia di concretamente utilizzabile come istanza politica. Sì, c’è l’omaggio retorico, in ogni premessa di discorso politico, con l’esortazione uscire dal neoliberismo e a ridurre le disuguaglianze. Ma nessuno poi va veramente a guardare da vicino cosa sia il neoliberismo, mentre i dati reali sulle disuguaglianze non indicano affatto un effetto di peggioramento a causa dell’aumento di volumi e valori degli scambi commerciali. I no-global, si diceva, non danno quasi più segnale della loro esistenza. Soppiantati dai movimenti interessati a scuotere i decisori internazionali perché vengano aumentate le azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. Mentre, nel caso romano di questi giorni, potrebbero avere un ruolo nelle proteste anche i contestatori dei vaccini e dei controlli sulle vaccinazioni. Nessuno però fa tesoro degli errori dei predecessori. Perché è vero che la corsa spietata all’aumento delle quote nel commercio mondiale ha comportato, per i paesi emergenti, l’applicazione di metodi spietati nei rapporti di lavoro, ma le proteste dei no-global si indirizzarono sempre e solo verso paesi che adottavano standard perfettamente accettabili e dignitosi nelle relazioni industriali. Con il clima sta succedendo la stessa cosa. E i movimenti di protesta trovano un ascolto relativamente facile in Ue e Usa ma si guardano bene dal mettere pressione addosso ai leader di paesi meno tolleranti del dissenso, ma forse più responsabili di comportamenti contrari agli accordi per il clima.
Le tre "cose" principali
Fatto #1
Fatto #2
Fatto #3