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Nella polemica politica è l'ora di un grande "anche meno"
Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
di
22 JAN 21

(foto Ansa)
È l’ora di un grande “anche meno” nazionale, per riconciliarsi, per ritrovare prima di tutto la misura. Stefano Ceccanti, da cui spesso ci vengono utili spunti per cena, ne fa oggetto di un richiamo al centro-destra ma, come sa benissimo il senatore del Pd, estendibile davvero a tutti. La delegazione andata ieri al Quirinale ha detto al presidente della repubblica che con questo parlamento è “impossibile lavorare” e così scopre il destro (ops…) e si becca un “anche meno”. E chi non ha pensato “anche meno” mentre alternativamente Matteo Renzi o Teresa Bellanova descrivevano il governo Conte come una tenaglia che schiaccia la democrazia, che comprime l’espressione del pensiero e la libertà di impresa. Spararla troppo grossa non è mai saggio né politicamente redditizio, mentre la misura è tutto ed è la premessa per essere poi duttili, per negoziare, senza perdere la faccia. E ora un po’ di faccia bisognerà, se non perderla, almeno depositarla temporaneamente al monte dei pegni in attesa di riscatto futuro se si intende trovare una soluzione per andare avanti con un governo politico e tenere lontane le elezioni (obiettivo condiviso, quest’ultimo, da un’ampia maggioranza parlamentare). L’inchiesta in cui è coinvolto Lorenzo Cesa riduce gli spazi di manovra, ammesso che ce ne fossero in quella direzione, ma la rinuncia da parte di Giuseppe Conte alla delega sui servizi, con l’attribuzione allo stimato Piero Benassi, dà un minimo di ossigeno alla prospettiva del rientro renziano. Ma più probabilmente crea invece un’ultima possibilità di aggancio ai famosi costruttori. Quello di Conte è un “anche meno” tattico, con cui promuove un estremo tentativo di far nascere lo strano oggetto parlamentare, la maggioranza senza Iv ma con centristi sparsi e radunati, cui lavora, tra mille difficoltà, da qualche giorno. Le quotazioni per questo esperimento sono in ribasso ma non sono azzerate, mentre parallelamente si muove un gruppo di raccordo tra Iv e Pd per recuperare i renziani e tornare in sostanza alla maggioranza precedente. In entrambi i casi, però, si richiede al presidente del consiglio una prova di coraggio e cioè le dimissioni e la crisi pilotata.
Le tre "cose" principali
Fatto #1
Fatto #2
Intanto i senatori di Iv firmano documenti, e quando si scrive e si firma c’è sempre un’intenzione positiva. Stavolta poi ci si dice nientemeno che “pronti a riaprire”. E quando si indica una condizione è perché si desidera che venga realizzata. La condizione poi è abbastanza generica, ci si accontenta, da parte di iv, di un “fatto politico”, di qualcosa, insomma, che attesti in modo visibile un cambio di orientamento da parte del governo. Un po’ già c’è con la delega ai servizi, ma forse un segnale nello specifico terreno della giustizia potrebbe essere l’ideale (e sarebbe anche un’ottima cosa) se non altro per sminare il dibattito in aula del 27 gennaio.
Fatto #3
Oggi in pillole
- L’Italia è da giorni in una condizione di stabilità nella diffusione dei contagi. A un livello alto, ma stabile. Nulla a che fare con la crescita esponenziale di cui si parlava solo qualche settimana fa. Ma ancora non ci sono chiari segnali di inversione della curva verso il basso. Nella stabilità, quello che si chiama plateau, e in una condizione di perdurante forte limitazione a tutta la vita sociale, diventa interessante andare a vedere dove sono i rischi di contagio. E si arriva al sospetto dell’assessore della regione Lazio, con la famiglia vista come ultimo rifugio della forza infettiva del virus.
- Dicono in Francia che Emmanuel Macron si butta a destra e per Anne Hidalgo si apre un’autostrada, chissà.
- Ecco chi produce le moffole di Sanders.