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No, la depressione non è un buon motivo per fare della grande letteratura

“Il male necessario per avere l’arte”. Ma siamo impazziti? Essere depressi fa schifo e chi parla di depressione in tono romantico non sa quello che dice: meglio l'Esketamina

13 Dicembre 2018 alle 06:07

No, la depressione non è un buon motivo per fare della grande letteratura

Foto Pixabay

Da anni si è imposta tra l’opinione pubblica una strisciante dottrina secondo cui la depressione è una malattia da sentimentali. Una di quelle fisime che si guariscono con una bella passeggiata o, come succede in certe cliniche farlocche americane, con la equine-assisted therapy. Purtroppo la ricerca ha dimostrato che cavalcare e strigliare cavalli, per quanto possa essere piacevole, non aiuta i veterani a superare stress post-traumatici, ma al massimo può aiutarli a rimandare il suicidio. Per fortuna, qualche mente illuminata è arrivata alla conclusione che i nostri cari amici cavalli possono darci molto di più che un po’ di dolci nitriti e romantiche trottate sulla spiaggia: possono passarci i loro anestetici.

 

L’introduzione della Ketamina nella cura della depressione non è una novità. Già nel 2015, il dottor David Feifel dell’Università della California, interpellato da “The Lancet”, elencava le potenzialità dell’uso (allora in fase sperimentale) di questo anestetico per cavalli. Alla stessa maniera la pensava, nel Regno Unito, il dottor Rupert McShane: secondo questi due scienziati, i pazienti affetti da depressione e resistenti a ogni forma di trattamento canonico, trovavano nella Ketamina l’unico efficace e duraturo sollievo. Ma l’uso a scopi terapeutici di questo sedativo da ippodromo (che negli anni Sessanta entrò nel menu fisso dei fan della psichedelia) ha sempre avuto i suoi detrattori. Oltre alle immancabili remore morali, chi avversa l’introduzione della Ketamina ha sostanzialmente due argomenti fissi: il costo del trattamento (circa mille dollari a seduta) e il rischio che il paziente sia sottoposto a effetti psicotropi indesiderati.

 

In un paese con un sistema sanitario efficiente come il nostro, il primo argomento non sta in piedi. Resta, per i più bacchettoni, il problema dei profondi trip in cui il paziente potrebbe cadere. Un problema che, a quanto pare, la chimica ha capito come contenere o addirittura aggirare. Da un paio d’anni, infatti, si parla di un farmaco ottenuto isolando una molecola della Ketamina: l’Esketamina, un derivato che – assunto come spray nasale – promette di curare la depressione anche in quel 30 per cento di pazienti refrattari ai trattamenti tradizionali.

 

I risultati degli studi sono sorprendenti e lasciano ben sperare. Mi fanno sentire così ottimista che, per gioco, mi vien da pensare cosa sarebbe successo se alcuni dei più noti depressi della storia avessero avuto a loro disposizione l’Esketamina. Di certo le cose sarebbero cambiate parecchio. Prendiamo, per esempio, Hans Christian Andersen, uno dei padri dell’immaginario popolare mondiale, autore di fiabe celeberrime (e di epocale tristezza) come La Sirenetta e La piccola fiammiferaia. Se non fosse stato affetto da una depressione devastante, le sue storie non avrebbero avuto bisogno dello zuccheroso revisionismo disneyano per resistere al passare dei secoli. La povera sirena (che nella fiaba originale sente i piedi trafitti da mille pugnali a ogni passo che muove sulla terraferma e viene mollata dal principe perché muta) non avrebbe dovuto aspettare più di un secolo e mezzo per trovare degli sceneggiatori con un minimo di cuore, capaci di sfilarle i pugnali dai piedi e di concederle un lieto fine senza espiazione.

 

E Ingmar Bergman? Una spruzzata di Esketamina e Il settimo sigillo sarebbe diventato un road movie sul cruising tra Svezia e Finlandia, con Jayne Mansfield nei panni della mononucleosi a spasso per la Scandinavia. E J.D. Salinger? Dopo il primo ciclo di trattamenti, il leggendario recluso avrebbe lasciato il suo noiosissimo eremo di Cornish, New Hampshire, e sarebbe diventato un vippettino onnipresente, raggiante protagonista di reality e talk show. La povera Anna Karenina di Tolstoj, dopo oltre mille pagine di struggimenti, non si sarebbe buttata sotto un treno ma si sarebbe iscritta a un corso di twerking. Ibsen non avrebbe proiettato la sua depressione sui suoi poveri personaggi femminili, ma molto probabilmente avrebbe scritto un musical come Oklahoma!, così come la regista femminista Chantal Ackerman non avrebbe rappresentato con tale tristezza Jeanne Dielman, la protagonista eponima del suo film più celebre. Forse la disagiata Jeanne, una madre single di mezza età costretta dalle ristrettezze a prostituirsi, si sarebbe goduta la sua vita di deboscia e non avrebbe vissuto ogni fellatio come una tragedia. E Charles Dickens? Un po’ di Esketamina su per il setto nasale e il vecchio Scrooge sarebbe stato visitato nella sua camera da letto dalle fantasmesse di Maria Maddalena, Thaïs e Madame du Barry.

 

Immagino che molti tra voi, davanti a queste mie battute, storceranno il naso: “Ma Costantino, se questi grandi autori non avessero sofferto di depressione, non avremmo potuto godere delle loro opere immortali!”.

 

Quante volte ho sentito fare questi discorsi, quante volte mi è stato detto che la malattia va abbracciata, che i disordini mentali vanno accolti nella propria esistenza, perché sono fecondi e portano alla luce i pensieri più profondi e complessi che altrimenti resterebbero inespressi. A queste persone voglio dire che le loro parole non fanno altro che coprire sotto una coltre di stucchevole panna montata una verità amara e difficile da mandare giù: essere depressi fa schifo e chi parla di depressione in tono romantico non fa altro che giustificare con un ipocrita camouflage lo stigma che ancora grava su chiunque assuma antidepressivi e psicofarmaci in genere.

 

Ben venga l’Esketamina, dico io. Se uno spray nasale può strappare all’angoscia un po’ di gente altrimenti condannata a una vita d’inferno, sono pronto a correre il rischio di perdermi qualche potenziale capolavoro della letteratura. Vorrà dire che avremo qualche premio Nobel in meno, ma parecchie persone serene in più.

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Commenti all'articolo

  • agostinomanzi

    13 Dicembre 2018 - 21:09

    Wallace, amico di Franzen, a sua volta scrittore talentuoso (mai letto, dunque mi attengo agli altrui giudizi) , a differenza del protagonista de Le correzioni, questo pendolo tra disincanto/depressione clinica non è riuscito a gestirlo ed è finito a penzolare lui stesso, aimè cadavere.

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  • agostinomanzi

    13 Dicembre 2018 - 21:09

    L'attitudine esistenziale al disincanto, che è in genere non religioso e necessariamente doloroso, può essere foriero, se associato auna specifica vocazione o talento per la scrittura, a una ottima letteratura, anche filosofeggiante (Leopardi, Proust, Checov…) . La depressione in sé non produce niente, anzi coincide con l'impossibilità a produrre qualsiasi cosa se non pensieri ripetitivi e involuti sulla propria penosa condizione. Eppure anche persone che in periodi della loro vita hanno sofferto di depressione hanno prodotto grande letteratura: mai sentito parlare di Virginia Woolf? Ciò detto, l'idea che essere depressi serva a fare ottima letteratura è una baggianata e va smontata come lei fa nell'articolo. Ne Le correzioni Franzen gioca molto, con il protagonista, con la doppia articolazione disincanto/depressione clinica e il protagonista, quando cade depresso, ricorre all'antidepressivo trazodone.

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  • Medicaid

    13 Dicembre 2018 - 11:11

    BRAVISSIMO! Sono uno psichiatra e psicoanalista in pensione. Ho avuto modo di constatare la assoluta idiozia di chi parla della sofferenza mentale come di un qualcosa di arricchente. Ricordo al colto ed all' inclita che eventualmente concordino con l' idiozia che ormai molti anni fa è stato dimostrato che : la sofferenza mentale dà piu dolore della sofferenza da metastasi ossee. Bravo di nuovo, mi permetta, Costantino.

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  • Franco T

    Franco T

    13 Dicembre 2018 - 11:11

    Beh, sì

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