(Foto Pixabay)

Così il calo demografico cambierà il nostro modo di vivere

Gregorio Sorgi

Un paese su due rischia un crollo della popolazione nel lungo termine. La crisi colpisce l'Occidente, ma l'immigrazione non è una soluzione. La ricerca di Lancet 

Uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Lancet mostra che un paese su due al mondo rischia di avere un calo della popolazione a causa della crisi demografica. Una società “in cui ci sono più figli che nipoti”, spiega lo studio, avrà delle conseguenze profonde sul nostro modo di vivere. Secondo George Lesson, direttore dell'Oxford Institute of Ageing Population, ogni società dovrà cambiare le proprie abitudini per adeguarsi al calo demografico. Ad esempio, spiega Lesson, “non sarà più sostenibile andare in pensione a 68 anni, che attualmente è limite massimo consentito in Gran Bretagna”.

 

 

Seguendo questa tendenza, è possibile che la popolazione mondiale diminuisca nel lungo termine. La ricerca pubblicata su Lancet spiega che se l'indice medio di fertilità di un paese cala sotto il 2,1 la popolazione inizierà eventualmente a rimpiccolirsi. L'indice cambia leggermente in ogni paese a seconda del tasso di mortalità infantile. La natalità è un fattore importante per misurare i cambiamenti demografici; tuttavia, la crescita della popolazione dipende anche dal tasso di mortalità e dal saldo tra immigrazione ed emigrazione.

 

 

La crescita demografica in diverse zone del mondo dal 1950 al 2017


 

Esistono delle enormi disparità territoriali legate ai cambiamenti demografici. I tassi di natalità tendono a essere maggiori nei paesi in via di sviluppo. Il Niger detiene il primato mondiale, la media è di 7,1 figli per ogni famiglia. Invece, Cipro è ultimo in classifica e ha un tasso di natalità di 1. Gli stati più sviluppati, come quelli in Europa, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e l'Australia tendono ad avere dei tassi di fertilità più bassi. In Italia è stimato un calo demografico del 17 per cento da qui al 2050. Un cittadino su tre sarà in età da pensione, il 12 per cento in più di oggi. Siamo il peggiore paese nell'Unione europea dopo la Bulgaria. Secondo le stime, solo quattro paesi dell'Ue avranno una crescita demografica da qui al 2050: Irlanda, Francia, Regno Unito e Svezia. Per gli altri 24 stati membri è atteso un calo.

 

La proporzione della popolazione in età lavorativa (1950-2017)


 

Nel 1950 il tasso di natalità al mondo era 4,7; nel 2017 si è dimezzato a 2,4. Nel 1950 nessun paese al mondo era sotto l'indice del 2,1, che oggi è diventata la norma per uno su due. L'accademico Christopher Murray, direttore dell'Institute for Health Metrics and Evaluation alla University of Washington, ha detto alla BBC: "Abbiamo raggiunto la situazione in cui la metà dei paesi hanno dei tassi di natalità troppo bassi per consentire un aumento demografico. Se non succede nulla, la popolazione diminuirà in questi paesi”.

 

 

Il calo demografico è un fenomeno risaputo ma Murray è colpito dalle proporzioni: “È una transizione notevole. A me sorprende che coinvolga la metà dei paesi al mondo”. Il rischio è che l'Europa segua la deriva del Giappone, che è il paese simbolo della crisi demografica e che secondo l’Onu dovrebbe subire un calo della popolazione del 22 per cento da qui al 2065. Murray spiega che “il Giappone è il paese che sta più affrontando questo problema. Nell'Occidente la questione è stata meno acuta perché l'immigrazione ha compensato il calo della natalità. Tuttavia, a livello globale, l'immigrazione non può essere una soluzione”.

 

Gli studiosi Dan Hungerman, Kasey Buckles e Steven Lugauer hanno teorizzato sul National Bureau of economic research che i tassi di natalità sono uno dei principali indicatori economici. Nello studio, intitolato “La fertilità è un indicatore economico principale?”, i tre ricercatori hanno mostrato che la denatalità precede altri segni di recessione prima che diventino visibili. 

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