Perché siamo così creduloni? Una sera a Londra “tra fatti e statistiche”

Cristina Marconi

Londra. “Questi sono i fatti o sono solo le statistiche?”, si è sentita chiedere una volta la columnist del Guardian Polly Toynbee da uno che aveva evidentemente deciso di cercare la verità con metodi tutti suoi. Una categoria folta, a sentire Bobby Duffy, responsabile della ricerca sociale per Ipsos Mori e autore di “I pericoli della percezione”, accuratissimo studio su quanto in generale abbiamo tutti quanti moltissimo torto su tutto. “Non sorprende, il 55 per cento delle persone vuole che i figli leggano e scrivano bene, ma solo il 13 per cento preferirebbe che sapessero far bene di conto”, spiega sconsolato Duffy, che con la sua ricerca è arrivato alla conclusione che una delle precondizioni per avere un’immagine distorta della realtà è la cosiddetta “espressività emotiva”, anch’essa misurabile e presente, guarda un po’, in dosi massicce in Italia, paese in cui la gente crede che la metà della popolazione sia disoccupata, metà anziana e un terzo immigrata. Nessun paese riesce a fare di peggio e anche gli Stati Uniti, al secondo posto nella classifica dei supercreduloni, arrivano molto dopo.

 

La sala ride, siamo a King’s College, rassicura sempre sapere che c’è qualcuno che sta peggio di te, ma il problema è comune, e grave: in generale sei persone su dieci credono che esista una correlazione tra vaccini e autismo o non sono certi che le due cose non c’entrino niente. Non solo, tutti credono che gli omicidi siano in aumento e invece non è così nella stragrande maggioranza dei paesi, oppure che le ragazze madri siano tantissime, mentre il fenomeno è in calo.

 

“Troppe volte noi politici creiamo deliberatamente una percezione”, spiega Margaret Hodge, deputata laburista che deve andare via presto per correre a spiegare ai suoi elettori perché sta dando battaglia, lei per prima e quasi da sola, al leader Jeremy Corbyn sulla questione dell’antisemitismo. “Due terzi dei miei elettori hanno votato per la Brexit, ma quando ne voglio parlare dicono che no, preferiscono discutere di qualcosa di importante”, racconta la Hodge, invitando a tornare a una politica “basata sui fatti” e magari anche un po’ più ottimista, visto che il dato che tutti sottovalutano è che il 92 per cento delle persone è felice. E più grasse di quello che pensano.

 

E’ tutta una questione di narrativa, a noi umani piace il racconto e una bella storia, magari triste come quella di una ragazza madre disperata e minacciosa come quella di un musulmano terrorista, diventa subito esperienza di verità. “Sentiamo le perdite più dei guadagni, non sappiamo vedere i cambiamenti positivi lenti, ci piace la “rosea retrospettività sul passato”, prosegue Duffy, e di tutto questo approfittano gli squali del populismo, i Donald Trump con i loro “Quello che la stampa non vi dice!” o con il loro linguaggio vago e insinuante. Ci piace esagerare, non ce ne rendiamo neanche conto – gli uomini pensano che le giovani donne facciano sesso ventitré volte al mese, ventitré!, tutti pensano che gli altri facciano moltissimo sesso in generale – e poi arriva qualcuno che ci porta dove vogliamo e si fa eleggere.

 

“E la cosa importante è che si parli di ‘noi’ in questo rapporto, non di ‘loro’, perché gli errori di percezione li facciamo tutti”, spiega Lord Willetts della Resolution Foundation. “Però i progressisti qualche colpa ce l’hanno, guardano sempre a quello che manca, vedi il MeToo che non ricorda tra una protesta e l’altra come il femminismo abbia fatto passi da gigante”, aggiunge, sottolineando come la struttura di incentivo della nostra società sia fatta per premiare solo i grandi successi – anche nella scienza, in cui tutto quello che non e’ scoperta mirabolante ma solido passo avanti viene taciuto dalla stampa - e come questo accresca il senso di insoddisfazione, terreno fertile degli errori di percezione. “Noi a sinistra abbiamo sempre puntato sulla ragione più che sull’emozione”, si difende la Toynbee, secondo cui col cellulare in mano nessuno ha più scuse per non cercare le cose come stanno davvero. Ma siamo al centro di Londra, la platea ha avuto un punteggio altissimo al test sulla percezione, siamo sicuri che un giro su Wikipedia basti per tutti, per cambiare il mondo, per fare una politica migliore? No, per Duffy servono programmi a scuola per imparare a leggere giornali e statistiche, ma occorre anche smettere di pensare che la propria percezione delle cose sia universale. Parlare, tornare un po’ intellettuali, anche un po’ scienziati. E poi investire nel fact checking di terza generazione, lontano dalla smentita vecchio stile: se arrivi presto con una versione alternativa si può ancora far cambiare idea alla gente, prima che sia troppo tardi. I dati lo dimostrano.

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