Sguardo globale. Come cambia lo studio della Storia

Giorgio Caravale

Addio al focus sulle nazioni: studiare la storiografia oggi significa concentrarsi sul mondo interconnesso. Ma le difficoltà sono più di quante si pensino

Cosa significa fare storia, studiare il passato ai tempi della globalizzazione? Come ha influito sul modo di fare storia la cieca fiducia negli inarrestabili successi della globalizzazione economica che ha caratterizzato il primo decennio del nuovo secolo? E come è cambiato l’approccio degli storici al passato nel momento in cui quella cieca fiducia è stata incrinata da crisi economiche previste da pochi?

 

Il decennio in cui gli storici hanno percepito la globalizzazione come una chiave fondamentale va dalla fine della Guerra fredda all’11 settembre

 

Il decennio in cui gli storici hanno percepito la globalizzazione come una chiave importante, se non fondamentale, per comprendere il presente attraverso la lente del passato coincide con gli anni racchiusi tra la fine della Guerra fredda e gli eventi dell’11 settembre 2001, quando l’islam ha fatto violentemente irruzione nella società americana, e occidentale in generale. È in quel momento che gli storici hanno avvertito la necessità di guardare indietro nel tempo per comprendere le radici storiche dei processi che stavamo vivendo. Prima dell’11 settembre, in un modo diverso e sicuramente meno traumatico, la promessa di un mondo globalizzato era stata alimentata da una serie di trattati internazionali tra cui quello di Schengen per l’abolizione dei confini interni alla Comunità europea (1990), il North American Free Trade Agreement tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta, 1994), la nascita del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio (1995). Un contributo significativo venne anche dalla nascita di storie che insistevano su un comune futuro planetario fondato su un comune passato dipendente dal carbone, di cui evidentemente sbarazzarsi il prima possibile, come la conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, l’Earth Summit di Rio de Janeiro (1992) che trasformò la sostenibilità in una parola chiave per un mondo senza confini.

Sulla scia di questi eventi, e di una spinta economica apparentemente inarrestabile, nacque nel 2006 il Journal of Global History, diretto allora da Patrick O’Brien, storico della London School of Economics. L’appello contenuto nel primo numero di questa rivista dedicata alla Storia globale inneggiava a “nuove narrazione cosmopolite” adatte a forgiare il “nostro mondo globalizzato”, invitando gli storici a scrivere storie capaci di trascendere le parzialità e i pregiudizi nazionali. Sin dai suoi esordi questa nuova disciplina destinata ad affermarsi con grande rapidità nelle università americane (da noi in forme attutite dalla tara di un certo provincialismo e con il consueto jet-lag di una quindicina d’anni) ha avuto due obiettivi polemici, il nazionalismo e l’eurocentrismo. Da una parte dunque la missione di smontare l’idea stessa intorno alla quale la Storia come disciplina era nata nel XIX secolo, il secolo dello sviluppo delle nazioni per definizione, quando per l’appunto la storia non poteva essere altro che racconto della nazione, della sua popolazione e delle sue origini. Dall’altra quella di ribaltare il paradigma di una storia raccontata tutta dalla prospettiva europea o comunque occidentale, una storia che nei suoi sviluppi novecenteschi era intesa come narrazione del trionfo del mondo occidentale e del declino del resto del globo.

La rapidità dell’ascesa della storia globale nel primo decennio del nuovo secolo è stata tale che nel 2014 Lynn Hunt, una tra le più note e affermate storiche americane, ha potuto affermare in un libro di buon successo che la funzione della storia globale nel XXI secolo era paragonabile a quella svolta dalla storia nazionale nel processo di costruzione nazionale tra XIX e XX secolo. Così come quest’ultima aveva contribuito in modo decisivo a formare i cittadini delle nascenti nazioni così ora la storia globale poteva e doveva contribuire a formare nuovi e consapevoli cittadini di un mondo globale e cosmopolita.

 

La “Global turn”, una pluralità di approcci anche molto differenti tra di loro che hanno trasmesso l’idea di una certa vaghezza di intenti

 

La rapidità con cui in ambito storiografico si è affermata la cosiddetta global turn non ha però lasciato spazio ad un’attenta definizione di cosa effettivamente significasse fare Storia globale. Essa ha finito per identificarsi con una pluralità di approcci anche molto differenti tra di loro, trasmettendo l’idea di una certa vaghezza di intenti. C’è chi ha interpretato la Storia globale come una storia dell’intera umanità, un modello alla Jared Diamond per capirsi (l’autore di Armi acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni), difficilmente replicabile, se non in forme pasticciate, per i tantissimi che non dispongono della sconfinata cultura dell’autore. Chi, all’opposto, ha inteso circoscrivere la propria analisi alla ricostruzione di un solo anno della storia al fine di analizzare tutte le possibili connessioni tra gli eventi e i processi storici accaduti in ogni singola parte del globo terracqueo in quel singolo momento. C’è chi ha proposto di analizzare con approccio globale la storia di un intero secolo, mostrando una particolare predilezione per l’Ottocento, il secolo in cui il grado di integrazione strutturale raggiunse il suo apice, prima che l’“età della nazioni” contribuisse ad allontanare e isolare (almeno parzialmente) le diverse parti del mondo (Jürgen Osterhammel, Sebastian Conrad). Chi ancora ha insistito sulla sincronicità dei fenomeni religiosi e culturali e sulle connessioni sociali ed economiche, ovvero sullo scambio di merci, uomini, oggetti tra diverse parti del globo (Sanjay Subrahmanyam). Chi ha interpretato la storia globale come la storia di un singolo bene, una singola merce (il cotone, il caffè, lo zucchero) la cui vicenda viene seguita attraverso il tempo e lo spazio dalla fase dell’estrazione a quella della produzione, dalla quella della circolazione commerciale fino allo studio degli effetti economici e finanziari di questi scambi in contesti storici anche molto diversi da quelli d’origine (Sven Beckert, Giorgio Riello, e molti altri). Tutti percorsi più che legittimi, adottati peraltro con risultati spesso brillanti, fatta eccezione solo per l’operazione di maquillage di quanti si sono limitati ad appiccicare l’etichetta global a ricerche condotte con tradizionali impostazioni storiografiche, a mo’ di formale omaggio alle mode storiografiche del momento.

 

Il rischio di fornire l’immagine di una società fondata esclusivamente sull’integrazione, la tolleranza, il rispetto reciproco

 

Proprio negli anni della sua affermazione storiografica, però, la Storia globale ha dovuto fare i conti con una serie di critiche, alcune delle quali a mio parere particolarmente fondate, formulate per esempio quando le crisi finanziarie succedutesi a partire dal 2008 misero in difficoltà le promesse messianiche della globalizzazione. Mentre la destra politica cavalcava elettoralmente il malcontento provocato dalle crescenti disuguaglianze economiche a suon di “America first” (Donald Trump), “Prima gli Italiani” (Matteo Salvini), “Prima i francesi” (Marine Le Pen), sul fronte storiografico la Storia globale era costretta a difendersi da accuse simili a quelle rivolte ai profeti della globalizzazione. Se quest’ultima aveva lasciato indietro milioni di persone, anche la nuova storia globale fondata sulla ricostruzione di passate connessioni, scambi e intrecci rischiava di lasciare ai margini del quadro storico chi risultava impossibilitato a spostarsi e non aveva gli strumenti economici e culturali per costruire una rete di relazioni capace di muovere al di fuori del microcosmo locale di riferimento. Ancora, come la globalizzazione economica pretendeva di annacquare la dimensione del conflitto in una generica promessa di prosperità così anche la storia globale rischiava di restituire l’immagine di una società fondata esclusivamente sull’integrazione, la tolleranza, il rispetto reciproco, escludendo dalla cornice storica la dimensione delle resistenze e dei conflitti generati da quei processi.

Questi più che legittimi rilievi hanno costretto i cantori della Storia globale a meglio definire i termini della propria proposta storiografica, in alcuni casi a rimettere in discussione i pilastri intorno ai quali essa era stata concepita. In particolare i sostenitori della Storia globale hanno provato ad affrontare un nodo irrisolto, la possibilità (e la difficoltà) di conciliare l’impulso, proprio della Global history, di analizzare fenomeni di lungo periodo in contesti spaziali più ampi possibili e la necessità, tipica della ricerca storica, di lavorare sulla dimensione del dettaglio, dello scavo in profondità, possibilmente sulla base di una documentazione d’archivio (quella che in gergo si definisce documentazione di prima mano). David Armitage, autore insieme a Jo Guildi, di un recente Manifesto per la Storia (Donzelli, 2016), grande sostenitore di un ritorno alla storia della longue durée di braudeliana memoria come ricetta per un rilancio della funzione civile della Storia intesa come motore del dibattito pubblico e politico, ha formulato una proposta che egli stesso ha riassunto con la formula di serial contextualism. L’idea cioè di una storia in serie capace di mettere insieme singoli momenti del processo storico all’interno di una cornice molto ampia. È quello che lo stesso Armitage ha fatto nel suo Guerre civili. Una storia attraverso le idee (Donzelli, 2017), nel quale ha messo in sequenza (e in contesto) le principali guerre civili succedutesi dai tempi dell’Impero romano a oggi al fine di riflettere su quali siano gli ingredienti principali di una guerra civile, su cosa renda effettivamente civile una guerra. Un metodo potenzialmente applicabile ad altre idee e concetti ripetutisi in forme e modalità diverse nel corso del tempo, l’idea di impero tra le altre.

 

L’integrazione con la microstoria e l’approccio biografico capace di  popolare con donne e uomini in carne ed ossa i modelli e le teorie

 

C’è chi invece ha provato a conciliare ampiezza di sguardo e profondità di analisi muovendo in tutt’altra direzione. Riformulando cioè in chiave globale un approccio, quello della microstoria italiana degli anni Settanta e Ottanta, additato invece dagli autori del Manifesto della Storia come il punto d’origine del processo di emarginazione della disciplina storica dalla sfera del dibattito pubblico e politico. Il primo a coniare il concetto di microstoria globale è stato nel 2010 Tonio Andrade, storico della Cina e delle sue relazioni con l’occidente. Il suo appello agli storici era volto all’adozione di un approccio biografico capace di contribuire a popolare con donne e uomini in carne ed ossa i modelli e le teorie delle strutture storiche globali. Le biografie di uomini e donne, spesso membri di minoranze religiose o etniche, capaci di vivere a cavallo di mondi e universi lontani tra loro, di vestire identità religiose anche molto differenti, potevano e possono diventare, secondo la proposta sua e di altri, un filtro privilegiato attraverso il quale osservare le connessioni esistenti tra culture le più diverse.

Francesca Trivellato, allieva veneziana di Giovanni Levi, uno dei fondatori insieme a Carlo Ginzburg della microstoria italiana, e oggi professoressa di Storia moderna presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, ha manifestato la sua perplessità nei confronti di queste ultime proposte storiografiche in un saggio del 2011, ora tradotto in italiano e pubblicato insieme ad altri suoi importanti articoli nel prezioso volume Microstoria e storia globale (Officina libraria, 2023). L’insegnamento più profondo della microstoria italiana, tanto celebrato quanto manipolato dagli storici americani, è a suo parere quello di “vivisezionare casi specifici, perfino anomali, allo scopo di sollevare nuove domande generali riguardo ai fenomeni storici che quei casi vanno a toccare”. Partendo dalla raccolta sistematica di dati e documenti di archivio i fondatori della microstoria arrivavano a sfidare paradigmi e griglie interpretative consolidate, ponendo al contempo domande del tutto nuove sul nostro passato. Trivellato ha ripercorso le loro tracce ma ne ha riformulato l’insegnamento riadattandolo alle nuove sfide che la storia globale ha posto agli storici negli ultimi venti anni. Muovendo dalla ricchissima documentazione relativa a una singola ditta di ebrei iberici (sefarditi) con sedi a Livorno, nel granducato di Toscana, e Aleppo, nell’impero ottomano, migliaia di lettere scambiate nell’arco di più di un secolo di storia dall’azienda familiare Erga e Silvera con i referenti commerciali e istituzionali collocati nelle parti più disparate del globo, Trivellato ha dimostrato in un volume uscito qualche anno fa (Il commercio interculturale. La diaspora sefardita, Livorno e i traffici globali in età moderna, Viella 2016) come si possa coniugare proficuamente una seria ricerca d’archivio con uno sguardo storico globale lungo e ampio, uno sguardo cioè capace di attraversare lo spazio e il tempo, sfidando le categorie interpretative con le quali sino a oggi si è guardato al commercio di lunga distanza.

La microstoria italiana rivive e prende nuova forma dunque non sotto specie di piacevoli narrazioni storiche ad uso e consumo del grande pubblico, come in America si è voluto interpretare l’insegnamento di Ginzburg, Levi e compagni, né sotto specie di ricostruzioni biografiche di personaggi singolari ed eclettici, capaci di mettere in connessione mondi diversi ma non di fornire chiavi di lettura nuove del passato, quanto piuttosto attraverso la forza di serie documentarie lunghe e consistenti capaci di offrire nuove domande comparative e nuove prospettive di ricerca intorno alla nostra storia più o meno recente.

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