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Addio Filippo Penati, vittima illustre del giustizialismo

Nel 2011, accusato di corruzione e concussione nell'inchiesta sulla riqualificazione dell’ex Area Falck, aveva deciso di lasciare la politica. Ma le accuse si erano poi rivelate infondate

9 Ottobre 2019 alle 12:41

Addio Filippo Penati, vittima del giustizialismo e di certo cattivo giornalismo

Filippo Penati (foto LaPresse)

È morto questa mattina, all'età di 67 anni, Filippo Penati. Malato da tempo, era stato dirigente del Partito Democratico e presidente della provincia di Milano dal 2004 al 2009. La sua storia politica è legata soprattutto alle vicende giudiziarie che lo hanno riguardato. Lo scorso luglio, dopo essere stato condannato dalla Corte dei Conti in appello con altri 11 a risarcire 44,5
milioni di euro per la compravendita del 15 per delle azioni della Milano-Serravalle dal gruppo Gavio, aveva parlato della propria malattia: “I miei avvocati faranno ricorso e tutto questo si scioglierà come neve al sole. Un anno fa mi è stato riscontrato un cancro, e i medici concordano che è anche conseguenza della mia vicenda giudiziaria. Da un anno sto combattendo. Questa è la sfida più importante della mia vita. Della vicenda Serravalle si occuperanno i miei legali”.

 

Penati aveva anche ricordato che già due procure (Milano e Monza) avevano indagato sulla compravendita – indagini finite con l'archiviazione – mentre la Corte dei Conti, nel 2015, aveva riconosciuto che quanto “pagato per l'acquisto delle azioni della Serravalle ben poteva essere considerato congruo”.

 

  

Ma la vera e propria persecuzione mediatico-giudiziaria Penati l'aveva subita anni prima quando era stato costretto a dimettersi dalla carica di vicepresidente del Consiglio lombardo dopo le accuse di corruzione e concussione nell'inchiesta sulla riqualificazione dell’ex Area Falck. Era il 2011, un anno dopo Penati annunciava il suo addio alla politica, quattro anni dopo le tesi della procura di Monza si rivelarono infondate e il politico fu assolto in primo grado. Assoluzione confermata in appello nel 2017. 

  

Lo scorso aprile, parlando con il Foglio del caso Siri, Penati spiegava così i rischi di una politica subalterna alle procure: “Non ho mai creduto nei complotti dei magistrati, o nella giustizia a orologeria. Però bisognerebbe sempre aspettare il rinvio a giudizio prima di chiedere le dimissioni di un politico. Poi, se va a processo, è giusto che lasci il suo incarico istituzionale. Fino a quel punto, la politica deve restare a guardare, senza intervenire. Questo criterio garantisce l’indipendenza della politica dalla magistratura. Altrimenti, sono i giudici a dettare le regole e questo non va bene. Non è giusto che un avviso di garanzia o un’indagine siano sufficienti per fare dimettere un politico. Poi, ovviamente, ognuno è libero di agire come meglio crede. Io mi sono dimesso perché mi sentivo in imbarazzo a rappresentare le istituzioni mentre ero indagato, con tutto il clamore mediatico che questo comporta”.

  

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    09 Ottobre 2019 - 16:04

    Perchè non si dice mai nome e cognome del magistrato che inizia l'inchiesta?

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