Cronaca
I baby vandali •
Milano salvata dai maranzini
Sono il volto notturno e sotterraneo della città sfavillante di superficie. La parola secondo alcuni c'era già negli anni Ottanta. Alcuni cantano pure
20 OTT 26

La prima cosa che ho pensato è: Rete 4 ha il palinsesto assicurato per tutto l’inverno. Le scene degli assalti alla Galleria Vittorio Emanuele e in Duomo, da parte dei baby maranza o maranzini, mi hanno immediatamente riportato alle immagini di tante risse tv coi ragazzini, neri, immigrati o semi immigrati, che sono il pezzo forte (insieme agli occupatori di case) del daytime retequattrista e non solo.
Al netto delle indagini, della violenza sempre da condannare, della posizione internettara che pare condannata al bipolarismo (da una parte: hanno fatto bene; dall’altra, più poteri alla polizia, poteri intesi non come prevenzione e gestione, ma come maggior possibilità di corcare), i maranza sono ormai protagonisti del palcoscenico urbano, e televisivo. Sono degli zarri da competizione, sono quasi sempre figli di immigrati, parlano strano, compiono piccoli reati violenti amplificati dai testi che inneggiano al denaro, alle macchine tamarre, alla “droga”, il maranza costa poco e fa grandi ascolti, lo dimostra una grande rissa televisiva andata in onda nell’aprile del 2024 a “Dritto e Rovescio” di Paolo Del Debbio.
Ma questi del weekend milanese sono più giovani, ancora senza ingaggio né matricola ex Enpals (la vecchia mutua dello spettacolo). Maranza però è parola antica. Così venivano chiamati infatti sotto la Madonnina i tamarri nello slang paninaro anni 80, portato da Enzo Braschi a “Drive In”, ma in Tondelli ho trovato una volta “il maranzo”, al maschile. Poi mi son convinto che il maranza o maranzo è l’ombra, nera, ovviamente, della città, è la Milano sotterranea, quella che non vedi in superficie ma sta sotto, nella metropolitana, con la sua divisa: tuta nera lucida, accessori tarocchi Gucci, Nike Air e Louis Vuitton e tutto l’armamentario che si conosce. Il maranza con la sua impresentabilità innanzitutto estetica è il regolamento di conti col rimosso di Milano dopo undici anni dall’Expo, la cerimonia che la rilanciò come “megacity”, città degli stranieri, della modernità, dei diritti, unica città internazionale in Italia, CityLife con gli ex Ferragnez e i coniglietti. Con tutte le polemiche sulla sua non sostenibilità e non inclusione, gli stipendi, il caro-alloggi. Il maranza però più delle studiose di urbanistica con gli occhiali con la catenella e più dei Mamdani de noantri che si sfidano su TikTok in vista delle elezioni rappresenta tutto ciò che non viene bene nella fotografia – è il punto nero sul faccione della Milano che fa la skincare da mane a sera; anche se probabilmente non è consapevole del suo ruolo di critica sociale.
Maranza inconsapevoli, maranza col culo degli altri, maranza mimetici, del resto bastava avere una felpa nera e una carnagione scura e si veniva bloccati in questi giorni e magari percossi, pur essendo magari ricchissimi figli della Legge Renzi, quella per cui si può venire a stare in Italia (cioè, a Milano) pagando solo 100, poi diventati 200, poi 300 mila euro l’anno di tasse sui redditi esteri, qualunque sia il patrimonio anzi gli asset come dicono a Milano. Ultima, Dua Lipa, di una serie di star e starlette che dicono Milano è ganzissima. Oppure semplicemente ricchi italiani generici, perfino autoctoni: perché la differenza tra la Milano di superficie e quella sotterranea a livello estetico è sempre più blanda: a parte qualche rampollo che ancora si vestirà dalla Pupi Solari (buonanima), il figlio medio di milanese ricco è al 90 per cento un aspirante maranza, anche se discendente di notai da tre generazioni. E pure i genitori, son maranzati o semi maranzati. Per gusto personale o necessità professionale, forse vorrebbero indossare Pupi Solari o completi Solaro, ma il business model non lo consente: mettiamo un tipo alla Tony Effe, per esempio, immigrato di prima generazione da Roma, che però va in palestra a Milano, e in questi giorni fa delle maratone in giro per la città, col pacco e i tatuaggi in evidenza, inseguendo i tram: guccizzato e ciabattato, come spiegare al maresciallo, poniamo, di Reggio Calabria, che non è da manganellare? Perché il maranza sfugge alle etichette e alle definizioni, del resto a Milano sfilavano tra questi minori in nero soprattutto bandiere italiane ben più che palestinesi. Il maranza non è né di destra né di sinistra. Il maranza l’è na brutta bestia.
Il maranza è anche l’apice, il “te l’avevo detto” di una “character assassination” cittadina, fenomeno peculiare che colpisce soprattutto le città a governo progressista. È successo a San Francisco, dove per anni ci hanno raccontato (prima i media di destra, poi tutti dietro) che era l’inferno in terra, che si veniva assaliti dagli homeless (intanto boom economico, immobiliare e scientifico); Londra uguale, Parigi pure, e da noi Bologna e appunto Milano. La percezione poi crea la realtà, per cui dopo anni di narrazione a base di maranza e borseggi, lo straniero che arriva in Centrale si sente minacciato come manco a Bari vecchia negli anni Settanta. “Ma… non è pericoloso?” mi ha detto un amico romano della Rai di passaggio qualche giorno fa, terrorizzato che io potessi osare la linea rossa della metro per tornare a casa. A un altro amico è capitato di veder arrivare in assemblea di condominio una coppia di mezza età e di provincia, ad annunciare ai condòmini stupiti: “Abbiamo comprato un appartamento qui nel palazzo per nostro figlio studente, non preoccupatevi se vedrete un signore che si aggira in cortile, è un bodyguard, ci han detto che serviva”. E non parliamo di dinastie bilionarie.
Milano è diventata oggi questa cosa qua, a pochi mesi dalle elezioni e a poche settimane da uno dei riti più grotteschi mai andati in scena, la privatizzazione della Galleria Vittorio Emanuele per una sagra di moda, con robottini, voluta da Anna Wintour, la capa di Vogue. Quel giorno pure la fermata Duomo era stata chiusa ai comuni mortali, non parliamo dei maranza. Così mi ha colpito qualche settimana dopo la coincidenza e fatto un po’ tenerezza vedere, tra gli scassinamenti e le distruzioni, naturalmente da vituperare, un vascone di gelato (direi di crema) di una gelateria costosissima della suddetta galleria, svaligiato come un trofeo da qualche ragazzino. Se a Parigi assaltano Hermès, qui svuotano Decathlon e la gelateria. Forse questi maranza hanno capito la situazione del Paese meglio dell’Istat.
Il mondo salvato dai maranzini? Con qualche piccolo Renzo di seconda generazione tra i tumulti, il tutto in un tranquillo weekend manzoniano, con l’arcivescovo che diceva messa nel Duomo, e fuori l’assalto ai forni e al Decathlon e ai gelati– all’indomani della morte del principe Vitaliano Borromeo, discendente di San Carlo (old money, direbbero a Milano).
Nelle ottime cronache dei disordini del Corriere, tra i necrologi Borromeo, genitori che milanesemente inseguono i figli maranza e li prendono a calci nel sedere, oppure sempre genitori fuori dalla questura di via Fatebenefratelli, a dire: quando esce, lo riempio di botte! Tunisini, ucraini, marocchini, ignari del maranzismo della prole, che danno segno qui sì di piena integrazione (del resto una mia parente very milanese ci diceva già da piccoli in vacanza sul Lago Maggiore: bambini, se vi fate male, vi spacco la faccia!).
I maranza baby distruttori forse anche pensano di far parte di una rappresentazione: se infatti quello “di sopra” è un grande show, coi coattoni adulti che noleggiano la Urus per fare cento metri, col Rolex pure in affitto, quelli di sotto riterranno che l’unico loro ruolo possibile “downstairs” sia quello dei ribelli, sfondando qualche vetrina, con gli stessi marchi di “sopra”, ma tarocchi. Del resto a Milano, patria della pubblicità, la caccia al maranza è uno sport performativo come il padel, praticato dalle varie Sardone e dai gruppi di influencer che sfruculiano rapinatori e arabi per fare like sui social (ma per lanciare non so quale cantante una casa discografica qualche tempo fa organizzava press-tour più simili a safari umani a Rozzano, per dare al giornalista il brivido di vedere i maranza a km zero). Perché il maranza talvolta canta, e diventa allora trapper. Non di sinistra, di nuovo. Forse piuttosto apolitico, o addirittura neomelonico. Come Pucho, il viso d’angelo della trap (“io non mi innamorerò/però mi sta piacendo/voglio un Lambo me lo prendo”). Il loro obiettivo, come tutti, è di stare “in Moscova con la Lambo”. E poi i più trucidi, come Simba La Rue, Baby Touché, Baby Gang, terrori della strada e del piccolo schermo, e qui torniamo al retequattrismo, in mitiche azzuffate con Del Debbio.
A un certo punto Mario Giordano si è ingelosito e in una puntata di “Fuori dal coro” si è buttato in un dissing di sua creazione contro i maranza. “Bang bang bang / immagini di pistole e fucili / spaccio ripreso in diretta / scimitarre pasticche / milioni di visualizzazioni su internet / bang bang bang / altro che integrazione / dietro l’accoglienza c’è questo”. Lo raccontavano in un libro uscito l’anno scorso, “Maxi-rissa. I diari della trap” (Nottetempo) Alberto Piccinini e Giovanni Robertini (libro che andrebbe fatto leggere subito alle forze dell’ordine, per districarsi meglio, anche per non sentirsi dire poi a un certo punto “lei non sa che maranza sono io!”.
Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
