Cronaca
La morte del fotografo •
Ultimo Pizzi da Zagarolo
Chiunque sia stato qualcuno a Roma sta nel suo archivio da due milioni di foto. In giro per il mondo per la Fao, e poi la savana della romanella mondana e politica

Il fotografo Umberto Pizzi posa davanti alla sua foto preferita , durante l'inaugurazione della sua prima personale intitolata 'La Bocca' , a Plazzo Vedekind a Roma. ISABELLA BONOTTO /ANSA
Confesso, io ho sempre voluto essere Umberto Pizzi. Non per la vita, infernale, che faceva ancora negli ultimi giorni, col treno da Zagarolo e poi in motorino, fino a Roma, per ogni evento, “prima”, presentazione, cose che la capitale offre senza risparmiarsi. Umberto Pizzi, “da Zagarolo”, appunto, dove era nato e dove abitava e come si firmava, quasi come quei cognomi nobiliari che a Roma tanti si aggiungono e inventano col favore delle tenebre, tanti di quelli che lui fotografava, nella Roma dei conti Tacchia e dei marchesi del Grillo. Una Roma che affascinava il forestiero, soprattutto se provinciale, la Roma che aveva magari attratto e atterrito un Carrère, la Roma dei salotti scalcagnati e delle principesse sospette, e naturalmente dei politici col fiore di zucca bisunto in bocca. Lui era lì pronto, zac, a scattare, diverso da tutti gli altri paparazzi – odiava la definizione – lui era il Balzac della romanella, il Parr del Transatlantico.
Non cercava le celebrità di passaggio, come altri celebri del suo ramo, cercava piuttosto la scena di costume, lo scatto che immortalava un momento, o momentaccio, nel fritto misto della capitale. Lo vedevi aggirarsi, sempre con quell’aria bambinesca, e felice, la Nikon al collo, Umberto Pizzi da Zagarolo, come un bambino goloso in pasticceria, a matrimoni, funerali – soprattutto funerali, il vero rito romano - alle presentazioni dei libri all’Aniene coi primari del Gemelli (alle presentazioni dei libri all’Aniene ci son sempre i primari del Gemelli); ai premi assurdi (ci son più premi assurdi a Roma che nell’universo mondo, Wanna Marchi l’altro giorno ha ricevuto quello “Internazionale della cultura”, in Campidoglio, e chi abita a Roma non si stupisce).
Ma Pizzi avrebbe potuto vivere e prosperare solo a Roma (oltre che a Zagarolo)? Credo di no. Un Pizzi milanese certo oggi avrebbe gran successo, e gran lavoro da fare, diurno e notturno, tra le kermesse coi robottini in Galleria, le mostre di neo-artiste dell’oro 24 kt “in” Brera, nelle fiere floreali delle signore che si sentono tutte ad Ascot e a Chelsea. Ma a Milano questo tipo di ironia non usa, è la sua fortuna e la sua maledizione, e Pizzi del resto mai ci sarebbe andato, a Milano.
Lui che aveva un passato da fotoreporter “serio; prima alla Fao, Iran e Iraq, e poi sulle orme di altri animali rarissimi: inseguimenti di Sophia Loren ai Caraibi (con incarcerazione); e poi il cursus honorum classico da Hollywood sul Tevere - botte da Mick Jagger, poi con gran risarcimento, via Veneto con Richard Burton e Liz Taylor perennemente alcolici, inseguimenti spericolati dell’Avvocato Agnelli col piede infermo sull’acceleratore. Ma gli acchiappi migliori gli riuscivano da fermo, ecco proprio Agnelli in una foto apparentemente banale, ma l’Avvocato è avvolto in un doppiopettone chiaro e ha l’aria spaesata, mentre svetta un giovane e prestante Malagò in blu-notte (ricambio generazionale). Poi a Venezia a un ballo Volpi già appaltato ad Avedon la famosa foto a Francesca Thyssen e al suo Versace, sotto il vestito niente. Poi però ecco soprattutto la mejo transumanza che nell’ora dell’aperitivo sospinge tra i ministeri e i baretti e gli alberghi e i localini, a Roma, e quella era la sua savana. Roma, sempre Roma: per D’Agostino e poi senza, coi politici della prima, della seconda e della Terza Repubblica, possibilmente in posa sbafatoria – a un certo punto capirono, i più accorti: attenzione, ci sarà Pizzi, andiamo già mangiati. A un certo punto, capì lui: che quelli si mettevano in posa, la più sbafatoria e trash, da soli.
Era finita un’epoca, spiegò, quando certi leghisti al Gilda smisero di innaffiare di champagne una sventurata quando lui chiese uno stop per cambiare rullino. E poi da bravi ripresero, al suo via. Tutti, pescecani, delfini, trote, e chi voleva aprire Roma come una scatoletta di tonno, finivano nella sua rete. E oggi, che i politici girano con paparazzo e social media manager personale appresso, per reel e post autoprodotti in cerca di like, in Rete? Il suo tempo era finito, chiaramente, almeno con la politica. Curioso sia morto il giorno del compleanno di Berlusconi. Ma quando lo incontravi, e lo vedevi lì pronto a immortalare la sua preda - ciao Miché; ciao Umbé – faceva tenerezza e insieme invidia, che bello, essere questo Lévi Strauss del Grande raccordo, tra i balli in maschera sull’Appia Antica tra le Marisele e i Circoli della Caccia e le smandrappate e le smutandate. Tutti insieme, nobili, finti nobili, animali rari, e cacciatori, senza troppe preoccupazioni e isterie (altro che Milano). Per il provinciale lombardo giovane, questa capitale che a differenza di Parigi agli eroi balzachiani appariva come una iper-extra provincia però così esotica e simpatica, le sue foto spiegavano un mondo, le chirurgie plastiche 3D, i capelli “a cofana”, i politici malvestiti, le pervestite, le presentazioni dove “appendi il prosciutto” (secondo l’antico detto che a Roma se non appendi il prosciutto non ti ci viene nessuno).
Lui poi era diventato parte del quadro, e poi tutto finiva nell’archivio. Chiunque sia stato qualcuno a Roma ha una foto di Pizzi e sta in quell’archivio lì, due milioni di foto, da Gore Vidal a Tinì Cansino. Un archivio custodito dalla nipote e che dovrebbero farci un MoMa, un patrimonio Unesco, una fondazione Prada. Ognuno in queste ore è andato a cercarsi, a cercare una foto di sé da mettere su Instagram, foto non più col defunto, rito ormai banale, ma una foto di sé fatta dal defunto. Esiste un’arte che sia cambiata in questi anni più della fotografia? Più che la politica. Ultimo tango a Zagarolo: ciao Umbé, hai ballato fino all’ultimo.