Ecco perché “i nuovi potenziali terroristi sono sempre più giovani”

L’ultima maxi-operazione delle forze dell’ordine riguarda 14 minori su un gruppo di 17. “Non dobbiamo più stupirci per l’età, né se il jihadismo incontra il neonazismo: è tempo di essere ibridi anche sul fronte del monitoraggio”, dice l’analista Garofalo

25 SET 26
Ultimo aggiornamento: 17:17
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Esaltavano suprematisti e proponevano attentati, 14 minori perquisiti (Ansa)

Un altro focolaio neutralizzato, che da un lato rinfranca sulla reattività dell’antiterrorismo italiano e dall’altro fa suonare l’ennesimo campanello d’allarme. L’ultimo caso, sventato nell’ambito di un’operazione su vasta scala in tutto il Paese, riguarda 17 persone – tra cui 14 minori – che inneggiavano a criminali suprematisti e istigavano a commettere attentati in località sensibili. Partecipavano attivamente a gruppi social come ‘Nuovo ordine europeo’ e ‘Fronte fascista italiano’: polveriere di razzismo, antisemitismo, omotransfobia e più in generale odio online. Che rischia di tradursi in drammatiche conseguenze reali. “In Italia e in tutto il mondo occidentale questi casi sono in fortissimo aumento”, sottolinea Daniele Garofalo, analista ed esperto di monitoraggio dei fenomeni legati al terrorismo. “Il problema è che l’età di questi soggetti è in continua diminuzione: ormai coinvolge stabilmente gli under 18, talvolta anche gli under 16. E uno degli aspetti più complicati da affrontare è che queste situazioni si presentano sempre più ibride: il profilo del ragazzo isolato che segue sia la propaganda della jihad sia quella neofascista non deve più sorprendere. L’ideologia non è più un fine ma un veicolo di violenza, rabbia e vendetta”.
Una sorta di nichilismo distruttore, che accomuna gli instabili universi antisistema dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. “Pur di colpire l’istituzione governativa, lo status quo, si ritrovano tutti nello stesso calderone: c’è un nemico in comune, ci si scambia know-how e lo si fa attraverso piattaforme in cui le informazioni manipolate viaggiano a una velocità vertiginosa”. L’Italia può contare su un sistema di intelligence particolarmente resiliente, rafforzato dagli ‘anticorpi’ maturati durante le lunghe e drammatiche stagioni delle stragi nere, rosse e mafiose. È ancora al passo coi tempi? “Noi siamo sempre stati all’avanguardia nelle attività di prevenzione”, conferma Garofalo. “C’entra però anche una certa dose di fortuna. E aiutano pure gli stessi social: tanto una minaccia per chi li sfrutta a fini eversivi, quanto un viatico prezioso per raccogliere dati sui soggetti a rischio attraverso l’analisi delle parole chiave. Il tema di oggi è che non siamo preparati all’imprevedibilità dell’approccio terroristico che si sta facendo largo dopo il 7 ottobre”. Cioè un processo di reclutamento quasi passivo, attraverso la diffusione martellante di contenuti video inquinati per portare “migliaia di persone verso una spirale di radicalizzazione spuria, puntando sugli emarginati etnici, economici e sociali. Che sempre più spesso coincidono con soggetti molto giovani e fragili”.
Se i gruppi organizzati restano di più facile identificazione, il grado di imprevidibilità aumenta quando si tratta di lupi solitari protagonisti di azioni estreme che non richiedono un particolare livello di programmazione: si pensi alla tentata strage di Modena, all’accoltellamento nella scuola di Centocelle – a oggi gli unici episodi recenti che le forze dell’ordine non sono riuscite a neutralizzare in tempo. “Dobbiamo abituarci ad affrontare non solo l’information warfare, ma anche lo sdoganamento delle categorie. È importante imparare a essere più ibridi e flessibili anche sul fronte del monitoraggio: ritrovarsi di fronte a proseliti che inneggiano a Hitler all’interno di una moschea, per quanto si tratti di elementi apparentemente inconciliabili, non deve più essere considerato un caso limite. Vedo arresti di ragazzi musulmani avvicinatisi alla jihad, eppure al contempo neonazisti. L’unico loro obiettivo è diffondere caos e terrore, non importa con quale veicolo di pensiero”. Per stroncare certi fenomeni sul nascere, è anche importante intervenire alla radice. “La quantità di arresti di minori radicalizzati in tutta Europa dimostra quanto l’abuso di internet sia diventato un problema enorme. Dunque limitare giuridicamente l’utilizzo dei social media al di sotto di una certa età dovrebbe diventare un obiettivo condiviso fondamentale”. Alcuni Paesi come l’Australia ci stanno provando. “La politica ci lavori sul serio. E anche i luoghi dell’istruzione hanno una bella responsabilità: ormai si tende a fare troppa propaganda senza fini pedagogici”. Quando di carne sul fuoco ce n’è fin troppa.