Il furto perfetto? Quello che finisce in tavola. Il caso dei ladri del Barolo

Due cantine piemontesi svaligiate in tre mesi, seimila bottiglie portate via e scelte con cura. Quasi un furto d'arte su commissione. A differenza di un quadro, però, qui la refurtiva è destinata a essere stappata

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 20:10
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Nella notte tra il 16 e il 17 settembre quattro uomini a volto coperto entrano nella cantina Conterno Fantino, sul bricco della Ginestra, a Monforte d'Alba. Ne escono tre ore dopo con circa tremila bottiglie di Barolo. Lavorano con i muletti dell'azienda, manovrati con la mano sicura (e guantata) che a un neofita di solito manca. Poi caricano due furgoni della cantina, che a quel punto ha fornito anche il trasporto, e li spingono fino alla provinciale, per accendere i motori solo quando il rumore non può più svegliare nessuno. Nel carico, accanto a magnum e jeroboam, c'era parecchio Sorì Ginestra delle ultime annate. La notizia è arrivata cinque giorni più tardi, con una stima del danno in centinaia di migliaia di euro.
A fine giugno era toccato alla cantina piemontese di Banfi, a Strevi: anche lì tremila bottiglie di Alta Langa portate via a bancali interi, scelte etichetta per etichetta. Il danno in quel caso è stato più modesto, il metodo identico. Due colpi così a tre mesi di distanza hanno l'aria di un lavoro su commissione. Ipotesi che li avvicina ai furti d'arte: ladri che sanno cosa prendere e dove trovarlo, e con ogni probabilità a chi consegnarlo. Anche la reazione delle cantine somiglia a quella di un museo. Banfi ha ricordato che le sue etichette di punta sono tracciabili lungo la filiera e ha chiesto a clienti e operatori di segnalare eventuali bottiglie comparse in canali anomali. Conterno Fantino ha rivolto a chi commercia vino lo stesso appello, invitando a chiamare i carabinieri davanti a proposte sospette. È il modo in cui si "brucia" una tela rubata: la si rende così riconoscibile che nessun mercato pulito potrà più toccarla.
Solo che una tela può passare trent'anni arrotolata in un garage e riaffiorare in un'asta o in un'inchiesta, con la sua identità intatta ad aspettarla. Una bottiglia di Barolo 2021 è fatta per essere stappata, e il codice sul lotto la protegge solo finché il tappo resta al suo posto. Basta un grossista poco attento in un paese lontano perché la refurtiva finisca nei bicchieri. Le annate giovani, che nessun collezionista metterebbe in mostra, sono proprio quelle che si servono senza troppe domande. Al momento del colpo, quelle tremila bottiglie avevano qualcosa delle opere d'arte, ma al momento della rivendita sono tornate merce. E una merce, una volta consumata, smette di esistere come prova.
Eppure i furti di vino che somigliano davvero a furti d'arte esistono. Nell'ottobre del 2021 una coppia prenotò cena e camera all'Atrio di Cáceres, in Estremadura, e nella notte svuotò una parte della cantina: quarantacinque bottiglie, tra cui trentotto Romanée-Conti e uno Château d'Yquem del 1806, per oltre un milione e mezzo di euro. I due vennero arrestati in Croazia l'estate successiva e condannati a quattro anni e mezzo. Le bottiglie, a quanto risulta, non sono mai ricomparse: chi conosce quel mercato pensava a collezionisti disposti a tenerle al sicuro, come si fa con un Caravaggio rubato. Al processo l'imputato chiese ai giudici, se il ladro era lui, dove fossero finite. A Monforte la stessa domanda avrà probabilmente una risposta più semplice: in qualche calice, dopo averlo lasciato respirare.