Cronaca
L'analisi •
Più di un morto sul lavoro su quattro perde la vita nel tragitto, dove la sicurezza dipende dalle strade
Centosessanta morti in itinere su 582 nei primi sette mesi dell'anno, secondo i dati Inail: una parte consistente della sicurezza sul lavoro si gioca sull’asfalto, e lì ispezioni e regole aziendali non arrivano. Ma è un punto che tende a perdersi nel dibattito pubblico

Ansa
Enrico Vacca aveva 45 anni e suonava il violino nell’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari. La mattina del 4 settembre è stato travolto da un camion mentre pedalava all’incrocio tra via Alberotanza e corso De Gasperi, di ritorno da una prova, ed è morto poco dopo in ospedale. La polizia locale sta ancora ricostruendo la dinamica, ma l’Osservatorio indipendente di Bologna curato da Carlo Soricelli lo ha già inserito nel suo memoriale, tra i morti in itinere. Per quel conteggio, e anche per la legge se l’Inail riconoscerà l’infortunio, è un morto sul lavoro.
Il suo nome è tra i mille registrati dall’Osservatorio da gennaio di quest’anno. La soglia è stata superata martedì, e oggi il quotidiano Avvenire l’ha messa in pagina indicando un colpevole: gli appalti a cascata. Il racconto è quello consueto, fatto di cadute dalle impalcature e trattori ribaltati. Tutto vero. Storie come quella di Enrico Vacca, però, restano fuori dal racconto. Secondo i dati provvisori dell’Inail, nei primi sette mesi del 2026 le denunce di morte in occasione di lavoro sono state 422, dieci in meno dello stesso periodo dell’anno scorso. Quelle in itinere, cioè avvenute lungo il tragitto casa-lavoro, sono state 160, contro le 168 del 2025. Fanno più di un morto su quattro, una quota rimasta quasi identica dal 2019. L’Osservatorio di Bologna, che usa criteri più larghi e conta anche i lavoratori non assicurati, conta 197 vittime in itinere su 1.002.
È un dettaglio che tende a perdersi nel dibattito pubblico. Il conteggio dei morti sul lavoro, ripetuto a ogni nuovo incidente, tiene insieme chi cade da un ponteggio e chi viene investito sulle strisce alle sette del mattino. Nel primo caso ci si chiede chi dovesse vigilare sul cantiere, nel secondo contano più la sicurezza dell’incrocio e la velocità delle auto.
L’Inail conta i morti in itinere come morti sul lavoro perché la legge li tutela in modo specifico. Dal 2000 l’infortunio in itinere è coperto come quello in azienda, purché il percorso sia quello abituale e l’uso dell’auto privata sia necessario, mentre per chi va in bicicletta la copertura vale sempre, dal 2015. La scelta assicurativa è sensata, ma ha un effetto sul dibattito: nello stesso totale finiscono morti con cause e rimedi diversissimi. Sul tragitto il datore di lavoro ha poche leve, perché gli obblighi del Testo unico sulla sicurezza, di norma, si fermano ai confini dell’azienda (a meno che il trasporto lo fornisca la ditta stessa). Nel caso del violinista del Petruzzelli, per dire, le ispezioni e la patente a crediti nei cantieri non avrebbero cambiato nulla. Quelle morti si prevengono con altri strumenti: strade, incroci e piste ciclabili più sicuri, regole di circolazione, controlli, un trasporto pubblico che offra un'alternativa all'auto a chi lavora su turni. Molti di questi strumenti non riguardano tanto il ministero del Lavoro quanto quello delle Infrastrutture e dei trasporti, che scrive il codice della strada e ripartisce i fondi per il trasporto pubblico locale. La competenza, poi, è condivisa: i controlli spettano alle forze dell’ordine, buona parte della rete stradale a regioni, province e comuni. Regole e risorse, però, partono da lì, e il nuovo codice della strada in vigore dal dicembre 2024 mostra che su quel fronte il governo può intervenire.
I dati sulla sicurezza stradale dicono quanto la questione sia aperta. Nel 2025, secondo Istat e Aci, i morti sulle strade sono stati 2.868, il 5,3 per cento in meno dell’anno precedente, mentre gli incidenti sono aumentati del 2,2 per cento. L’Italia resta lontana dall’obiettivo europeo di dimezzare vittime e feriti gravi entro il 2030. E le vittime crescono proprio tra chi si muove in bicicletta, in bici elettrica o in monopattino e tra chi guida un autocarro: i mezzi di molti pendolari e di chi sulla strada ci lavora. L’Asaps, l’associazione degli amici della Polizia stradale, chiede un “piano Marshall dei controlli”.
Poi ci sono i lavoratori per cui la strada è il luogo di lavoro. Soricelli conta quest’anno 136 autotrasportatori morti, spesso per un malore alla guida. I criteri dell’Inail sono più restrittivi e i due conteggi divergono. Ma indicano comunque la stessa direzione: una parte consistente della sicurezza sul lavoro si gioca sull’asfalto.
Martedì prossimo l’Inail presenterà la relazione annuale alla presenza della ministra del Lavoro, Marina Calderone. Si parlerà di cantieri e di appalti, ed è giusto. Per un morto sul lavoro su quattro, però, la discussione andrebbe spostata a Porta Pia.