Tutto quello che ha fatto per Lavitola, Ranucci l’ha fatto in buonafede

Depistava? Ma no! Cercava alibi per Valter? Macché! Il candido Sigfrido pecca solo di ingenuità

11 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:06
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Nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci tante cose si sono capite, diverse sono ancora da chiarire, ma c’è una cosa su cui non si discute. Quasi un apriorismo. Ranucci è in buona fede. Tutto è chiaro nell’ordinanza di arresto del mandante della “bomba d’amore” all’“amico fraterno”: “Non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”. Ranucci andava d’accordo con Lavitola, ma non era d’accordo con Lavitola. La sua unica colpa, se così si può dire, è che è troppo buono. Una buona fede che rasenta l’ingenuità. Non la caratteristica che ti aspetti dal principe del giornalismo d’inchiesta. E invece il segugio che svela i complotti più segreti, il decrittatore dei codici del potere, secondo la gip è stato “vittima della manipolazione” di Lavitola: il titolare del Cefalù bistrò, con la sua “raffinata astuzia”, ha raggirato il giornalista investigativo. 
Tutto quello che ha fatto, Ranucci l’ha fatto in buonafede. Per un anno ha suggerito che per trovare i mandanti e gli autori della bomba bisognava seguire la pista della criminalità organizzata, dei servizi segreti, della politica, del traffico internazionale di armi. Niente, tutto sbagliato. Ma non c’era certo intenzione di depistare. E’ vero che agli inquirenti non ha mai parlato di Lavitola, ma come, in tutta onestà, poteva pensare che l’amico c’entrasse qualcosa?
La prova della buonafede sta proprio nel fatto che Ranucci neanche dopo ha creduto alle accuse a Lavitola. Mentre era in corso la perquisizione, Ranucci contatta un giornalista di Report che in buonafede scrive all’indagato per strage mafiosa: “Ciao Valter, mi ha chiamato Sigfrido mi ha detto che i carabinieri sono venuti da te? ci vogliamo sentire?”. Poi, una volta che i carabinieri se ne sono andati, alle quattro di notte Ranucci parla in buonafede con Lavitola per un paio d’ore attraverso un’applicazione non intercettabile. Il giornalista d’inchiesta, essendo in totale buonafede, non pensa a registrare la conversazione con l’uomo sospettato di avergli messo una bomba per consegnarla ai magistrati. Macché. In buonafede, aiuta l’amico Lavitola a costruirsi un alibi sul perché potesse essere passato davanti casa sua per un motivo diverso dal mettergli una bomba. Sempre in buonafede, quella stessa notte, alle 5 del mattino, fa mandare dalla “collaboratrice” l’ordinanza di custodia cautelare degli autori materiali della bomba alla compagna del loro presunto mandante Lavitola. Ma Ranucci lo riteneva innocente. Credeva, in buonafede, che l’uomo da seguire fosse tale “Corrado”, a volte impersonificato nella camorra e altre nei servizi, che invece era solo un refuso nelle trascrizioni delle intercettazioni.
E la buonafede, il candore si potrebbe dire, di Ranucci è talmente evidente che Lavitola lo ha difeso anche pubblicamente. Si è detto “convinto della sua innocenza”, aggiungendo anche di essere convinto che se pure dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia. Ranucci era così in buonafede che credeva anche nella buonafede di Lavitola, che gli avesse messo o meno la bomba. Lavitola, invece, prima di confessare di essere stato il mandante, aveva messo tutto in fila con linearità: “Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido”. Ma su quest’ultimo passaggio non si può che credere nella malafede di Lavitola, che l’ingenuo Sigfrido non riusciva a vedere. D’altronde Ranucci si fidava anche di Clesio Gomes Tavares, il factotum di Lavitola con precedenti per traffico di droga nonché esattore spezzapollici del clan Russo oltre che ex bodyguard della tiktoker Rita De Crescenzo: “Mi dovresti prestare Gomes”, diceva in buonafede all’amico Valter a proposito di alcuni problemi professionali in Rai da risolvere.
Ma come si faceva a sospettare di quel diavolo di Lavitola? Ranucci ha detto che era diventato suo amico perché era la “scatola nera” della Repubblica e perché puntava a fare lo scoop della vita: un’intervista a Marcello Dell’Utri. E invece è finita che Ranucci, sempre in buonafede, si è ritrovato a fare un’intervista su un giornale dello Zimbabwe per tutelare gli affari poco chiari dell’amico Valter in Africa. Sul business dei carbon credit gli aveva fatto anche una sorta di consulenza finanziaria, per evitare che l’ingenuo Lavitola si trovasse nei guai. Ranucci, poco prima dell’arresto di Lavitola, aveva smosso l’ambasciata dello Zimbabwe ed era pronto a mandare gli inviati di Report fino in Africa per scovare chi volesse fregare il suo amico. Era in buonafede fino a questo punto.
Ora, secondo quanto riportano i giornali, la procura sta indagando sulle cancellazioni sospette nelle chat tra Ranucci e Lavitola, sia prima sia dopo l’attentato. Ma deve essere stato il mefistofelico Lavitola. Sarebbe davvero strano se, arrivati a questo punto, i pm mettessero in dubbio la buonafede del candido Ranucci.