Travaglio e Tremonti uniti dalla strumentalizzazione dell’Islanda

Entrambi hanno un chiodo fisso: Draghi per l'ex ministro e l’Ucraina per il direttore del Fatto Quotidiano. E li riescono a vedere persino nel referendum sulla riapertura dei negoziati per l’adesione all'Ue

2 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:11
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Abraham Maslow, uno psicologo americano, negli anni Sessanta coniò l’omonima legge secondo cui: “Se come strumento hai solo un martello, ogni problema ti sembrerà un chiodo”. Per Giulio Tremonti e Marco Travaglio la legge di Maslow è riduttiva perché, oltre ad avere solo un martello, i due hanno anche un solo chiodo fisso: Mario Draghi e l’Ucraina, rispettivamente.
Sono la causa di tutto ciò che non va e, pertanto, schiacciarli è la soluzione di ogni problema. Non è un caso che entrambi, Tremonti e Travaglio, riescano distintamente a vedere i loro due chiodi fino in Islanda, ovvero nel referendum che ha bocciato la riapertura dei negoziati per l’adesione dell’isola all’Unione europea. 
Le interviste di Tremonti funzionano così. Dice che l’Europa ha sostituito il “mercatismo” ai suoi valori originari, afferma che tutto ciò che ora non funziona lui l’aveva previsto in un’intervista o in un libro di almeno venti anni fa, cita qualche filosofo, rievoca accadimenti e personaggi vissuti tra il Medioevo e il Congresso di Vienna, ricorda che lui è stato il primo a proporre gli Eurobond e, infine, accusa Mario Draghi di qualche cosa (solitamente il tema del giorno). L’intervista rilasciata ieri al Sole 24 ore rispetta perfettamente il canovaccio. Il tema era, appunto, il referendum islandese. Per Tremonti la bocciatura è arrivata per la mania europea per la “competitività”: “L’errore più grave sta nell’aver impostato un’operazione mercatista, integralista e fondamentalista, estesa alla pesca artica”. E perciò gli islandesi si sono rifiutati di sottomettersi alle regole europee sull’industria della pesca, che rappresenta circa il 40 per cento dell’export dell’isola. E che c’entra Mario Draghi? Niente, agli occhi di tutti. Ma Tremonti vede il chiodo e lo martella, prendendo come simbolo di questa Europa burocratica il suo neonato think tank Gruppo del Reno: “Segnalo soltanto che il Reno parte misteriosamente dalla Svizzera e ricordo che la Svizzera è un posto dove poche nascono e molte cose muoiono”, dice sibillinamente l’ex ministro dell’Economia, precisando che lui partirebbe dal “Danubio”.
Tutto questo ragionamento non ha alcun senso. O meglio: la realtà è l’opposto di ciò che dice Tremonti. L’Islanda fa già parte del mercato unico europeo e dell’area di Schengen, e ci sta benissimo: agli islandesi vanno bene la libera circolazione di beni e persone, ma non l’eccesso di regole. Il problema dell’Europa, almeno in questo caso, non è quindi il “mercatismo” ma il suo opposto: l’eccesso di burocrazia. E proprio Mario Draghi, prima con il Rapporto sulla competitività e ora con il Gruppo del Reno, si pone come obiettivo primario dell’Unione l’abbattimento di barriere e burocrazia che frenano l’innovazione e lo sviluppo.
Per Travaglio, invece, il problema è chiaramente l’Ucraina. Per il direttore del Fatto agli islandesi non piace che “chi ha la fortuna di far parte dell’Ue viene continuamente molestato per regalare soldi e armi all’Ucraina e viene sanzionato se non lo fa”. Per Travaglio l’Islanda si sente minacciata dalle “demenziali fregole belliciste e russofobe che rendono la Ue una succursale della Nato”. Anche qui la realtà suggerisce l’opposto. Intanto perché l’Islanda è un membro fondatore della Nato, proprio perché teme la minaccia dei sottomarini russi nell’Artico. E poi perché Reykjavík su Russia e Ucraina ha una posizione più netta di molti paesi europei. Ad esempio, l’Islanda ha condannato chiaramente l’invasione di Putin, ha sospeso le attività dell’ambasciata a Mosca e ha aderito alle sanzioni europee contro la Russia pur non facendo parte dell’Ue. Inoltre è allineata ai paesi occidentali nel supporto all’Ucraina: l’isola ha inviato a Kyiv aiuti umanitari e anche sostegno finanziario per la sicurezza e la difesa militare.
A furia di prendersela sempre con gli stessi chiodi si finisce con il martellarsi le dita.