Cronaca
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Oltre ogni ragionevole dubbio. Cosa lega Jason Arday a Sigfrido Ranucci?
La reazione dei due mondi offesi: se la storia incrina la nostra fede, cambiamo la storia. La profezia che non si avvera e l’esperimento di Leon Festinger
22 AGO 26

Ranucci intanto porta a spasso il suo spettacolo, con quel titolo beffardo e perfetto, “Diario di un trapezista”, tratto da “La scelta” (foto Ansa)
Cambridge e Pomezia come rime baciate della cronaca estiva. Vicende diverse, lontane chilometri – un accademico in ascesa, un giornalista d’inchiesta, una favola finita in tragedia, una tragedia sfumata in commedia – eppure recitate sullo stesso copione, battute incluse. Lo scandalo di Jason Arday e la bomba d’amore di Ranucci si tengono insieme per vari motivi: “l’evidentemente alto concetto di sé” e una certa “inclinazione alla megalomania” dei soggetti in gioco, ma anche il “tipo di difesa a loro disposizione”, ha scritto Guia Soncini. Mi affascina soprattutto la pressoché identica reazione suscitata nei due mondi offesi, i fedeli di “Report”, i devoti della woke culture (parlandone da viva). Di fronte a una serie di fatti che avrebbero potuto incrinare la fede, seminare dubbi, turbare almeno qualche sonno, la fede non solo non si è incrinata affatto. Si è saldata, rafforzata e rilanciata in un lampo sull’altare del vittimismo: complotto! Macchinazione! Caccia alle streghe! Ovvio, direte voi. Be’ insomma, mica tanto. Si chiama casomai “dissonanza cognitiva” – formula usata spesso a sproposito, come “radical chic”, “burn out” o “gaslighting”. E se ci pare tutto così ovvio è perché è ormai la condizione in cui sguazziamo un po’ tutti, chi più chi meno: ogni cosa è vera esattamente quanto il suo contrario, e quando i fatti contraddicono una convinzione su cui abbiamo scommesso tutto non cambiamo idea, cambiamo i fatti. Suona familiare, persino banalotta; ma a metterla a fuoco per primo fu Leon Festinger, psicologo, tirando le somme da uno spericolato esperimento “live”, in una villetta di Oak Park, Chicago, alla metà degli anni Cinquanta. Ne ricavò un gran libro, “Quando la profezia non si avvera”, che non si capisce perché non sia ancora diventato un documentario Netflix. Me lo sono riletto in questi giorni ed è perfetto per unire i puntini: Pomezia e Cambridge.
La “dissonanza cognitiva” è ormai la condizione in cui sguazziamo un po’ tutti: ogni cosa è vera esattamente quanto il suo contrario
Per esempio, non è così scontato che sul tritolo amico si giri ancora intorno al “governo mandante morale”, al “clima di delegittimazione del giornalismo d’inchiesta”, a una complicata manovra di Telemeloni per sbarazzarsi di “Report”. Anche dopo le ammissioni di Lavitola, i sondaggi, le app non intercettabili, le cene a Cefalù Bistrò, Dario Carotenuto (M5S) lo ribadisce con serenità: “l’ho detto e lo ridirei: colpa del clima creato dal governo”. Non è poi così scontato che Saviano – avendo già messo il bollino nero in un video registrato a caldo dopo l’attentato – ripeta più o meno la stessa cosa, solo ora più contorta, allusiva, con più camorra, in cinque puntate su YouTube, in un format a metà tra il “Falsissimo” di Corona e “Una giornata particolare” di Cazzullo (“Torvaianica, litorale a sud di Roma, un giovedì sera d’autunno, una strada residenziale, villette, giardini, silenzio…”). E poi Usigrai, Ordine dei giornalisti, tutti a saldare – parole di un dissidente interno – “una corazza politica, sindacale e mediatica intorno a un singolo giornalista”, al punto che già discuterne vuol dire “colpire il giornalismo d’inchiesta”; anzi, “fare il gioco delle destre”, come si è letto in questi giorni – un mantra intramontabile, perfetto anche nella vita di coppia (che fai mi lasci? Ti rendi conto che così fai il gioco delle destre?). E ancora, non è scontato che Travaglio trovi ragionevole il paragonarsi di Ranucci a Moro, Falcone, Borsellino. E non è scontato che alla commemorazione di via d’Amelio, Paolo Mondani sostenga che individuare il movente di questo oscuro attentato spetti a loro, “a quelli di Report”, e non alla magistratura. Solo che in una puntata di “Report” Ranucci sarebbe stato dichiarato colpevole anche in appello, impalato tra screenshot delle sue chat, vocali e passaggi ambigui sulle performance con stagiste della sua autobiografia. Tutta questa storia di vongole e tritolo poteva insomma essere l’occasione per rivedere due o tre cosette del “metodo Report”, e invece niente, macché. Anzi, ormai l’eventuale allontanamento dalla conduzione altro non sarebbe che la controprova del mandante morale. Il sistema è a tenuta stagna. Ranucci intanto porta a spasso il suo spettacolo, con quel titolo beffardo e perfetto, “Diario di un trapezista”, tratto da “La scelta” — libro già immortale per le cinque stelle che l’autore si è dato su Amazon, firmandosi Emilio Cresci. Nel tour estivo si concede ai fan in versione Salman Rushdie: “mi vietano di parlare, sono sotto attacco, vogliono mettermi a tacere, rischio il licenziamento”. Perseguitato non da nugoli di offesi musulmani, ma da una fantastica armata di cattivi – Musk, Bezos, Trump, Netanyahu, Licio Gelli, i social di Palazzo Chigi, Selvaggia Lucarelli – come racconta su Repubblica, in un’intervista che è un piccolo capolavoro. Il trapezista, si sa, non è un atleta: è un artista di scena.
Già discutere di Ranucci vuol dire “fare il gioco delle destre”. Mantra perfetto anche nella vita di coppia: mi lasci? Così fai il gioco delle destre
Però a Londra, dicevamo, non è poi così diverso. A poche ore dalla morte, Jason Arday era già stato trasformato da simbolo amministrativo dei programmi Dei – diversità, equità, inclusione – a icona del Black Lives Matter. La storia del plagio, le fregnacce, l’inadeguatezza per la cattedra di Cambridge: tutto sciolto in un copione razzista. Un’altra macchinazione per screditare non i giornalisti d’inchiesta, ma i professori neri. Radunate a Trafalgar Square, centinaia di persone scandivano slogan come “I am Professor Jason Arday”, “Stop racist media now”, “White Lies Matter”. Lo hanno ucciso le nostre bugie bianche. Per il sindaco di Londra Sadiq Khan, Arday è stato vittima di “una gogna che altri, nella sua posizione, non avrebbero mai dovuto affrontare, solo perché nero”. Quindi non “un uomo che ha copiato ed è stato scoperto”, non uno studioso incerto messo lì solo per dare un volto alle teorie in voga e fare pubblicità a Cambridge come università più inclusiva del mondo, con una storia di record e riscatti improbabili venduta al pubblico in un perfido razzismo di ritorno – come in una versione woke delle ethnographic expositions di epoca vittoriana, coi neri esibiti dietro recinti e finti villaggi – ma un innocente che, per il solo colore della pelle, ha subìto ciò che a un bianco sarebbe stato risparmiato. E come a Pomezia: quando il New York Times – mica Libero – documenta che Arday è stato assunto pur essendo, per ammissione dell’università, “underqualified, by the school’s own standards”, la reazione è sempre quella: “state a fa’ il gioco dee destre!” detto però con accento british. Alcuni ex-studenti costruiscono la reliquia in tempo reale. Aprono il sito “Everything Good About Jason Arday”, per contrastare la narrazione razzista – mentre non si parla degli studenti che rivogliono i soldi indietro da Cambridge per il livello assai scarso delle lezioni di Arday. Ecco anche Amnesty International che schiera in un colpo solo cinque dei suoi network di punta – disabili, antirazzismo, studenti, femminismo, diritti queer – e dichiara Arday “vittima di una brutale caccia alle streghe razzista”, col capolavoro finale della proposta di legge, la “Arday’s Law”, che imponga per decreto un tetto al numero di articoli pubblicabili su una singola persona.
Su Arday l’accanimento e la gogna ci sono stati, altroché. Ma non per il colore della pelle: perché la storia era incredibile e rivelava molto del sistema accademico
Ora, anche io penso che l’accanimento, la gogna social, ci siano stati, altroché, come sempre quando di mezzo ci sono i social. Ma non per la pelle scura di Arday: casomai perché la storia era oggettivamente incredibile e faceva venire giù parecchie cose del sistema accademico. Il plagio invece non conta più. Sia perché la denuncia è partita da un post di Nathan Cofnas, ex-filosofo di Cambridge, già accusato di razzismo, ora silurato dall’università di Gand (anche se la tesi di dottorato di Arday era sgangherata sin dal titolo, errore grammaticale incorporato, non che servisse Scotland Yard). Sia perché tra un po’ non se lo ricorderà nessuno. Ho già visto due-tre tiktoker che rivisitano tutto alla luce di Picasso, “i buoni artisti copiano, i grandi rubano”: Arday non è stato capito, non c’era posto per lui in questo brutto sistema neoliberista. Come per il “metodo Report”, il caso Arday poteva essere l’occasione per fare il punto sui danni delle identity politics, che trasformano i dipartimenti in piattaforme di battaglie civili. Poteva essere l’occasione per prendere qualche distanza da un sistema che se ne infischia di dati, analisi, teorie falsificabili e si nutre solo di parole d’ordine. Sarà per la prossima volta. Ranucci e Arday hanno in comune la forma: sono storie a forma di iperbole. Caricature sin troppo esagerate. Sono non più l’avversario reale, con le sue ragioni più o meno fastidiose, ma l’avversario disegnato dal vignettista del campo opposto. La storia che i nemici avrebbero sognato di scrivere per darsi ragione, ma con colpi di scena che avrebbero faticato anche loro a trovare (mi chiedo: quand’è che i nemici hanno iniziato ad assomigliare a delle caricature immaginate dal campo opposto? Forse è iniziata con Berlusconi, che sembrava uscito fuori dall’inconscio del vecchio elettore del Pci? Forse è iniziata con Trump?).
Ma torniamo a Oak Park, perché la storia comincia lì: villette, prati, strade tranquille – direbbe Saviano. E’ anche il paese natale di Hemingway, che se ne andò appena poté e a cui si attribuisce la frase “prati larghi, menti strette”. Allora votava repubblicano; oggi è roccaforte democratica, ottantasei per cento a Hillary Clinton. Siamo nel 1954: Guerra fredda, maccartismo, la bomba che può arrivare da un momento all’altro, le esercitazioni antiatomiche a scuola. E’ la golden age dei dischi volanti: da Roswell alle luci su Washington, il cielo è pieno di lamiere aliene – per dire l’attualità della vicenda, con Trump che ora declassifica i file UAP riempiendo le nostre timeline di foto sfocate di UFO. Comunque, in una di quelle villette vive Dorothy Martin, desperate housewife come tante ma con un dono: scrive sotto dettatura. Sul foglio compaiono messaggi che – ne è certissima – le arrivano da un pianeta lontano, Clarion. Lei li chiama i Guardiani. Un giorno i Guardiani le annunciano la fine: il 21 dicembre un diluvio inghiottirà il mondo. C’è però una scialuppa: a mezzanotte un disco volante verrà a prelevare lei e chi le avrà creduto. Attorno a Dorothy si raccoglie un gruppetto, “i Cercatori” – un medico universitario, qualche studente, altre casalinghe. Si mollano lavori, si lasciano mogli, si salutano parenti. La sera dell’appuntamento si strappano ogni metallo – cerniere, fibbie, reggiseni con le stecche: si sa che nelle navicelle non te lo fanno imbarcare (scena magnifica, il documentario lo inizierei così).
Non sanno però che tra loro ci si sono tre infiltrati: Festinger e due collaboratori, che hanno letto un trafiletto sul giornale (“fuggite dal diluvio, ci sommergerà il 21 dicembre”) e vogliono vedere dall’interno cosa succede a una fede quando la realtà le presenta il conto. Mezzanotte arriva: niente disco, niente apocalisse, niente scialuppa. Aspettano ancora. Forse gli orologi non sono sincronizzati con gli alieni. Niente. Grande scoramento nel salotto. Poi però la mano di Dorothy si rimette in moto: nuovo messaggio. I Guardiani fanno sapere che quel piccolo gruppo ha irradiato talmente tanta luce da convincere Dio a risparmiare il pianeta. La profezia non è fallita: si è avverata al rovescio. Non solo avevano ragione – hanno pure salvato l’umanità. E qui il colpo di teatro che consegna Festinger ai manuali: invece di vergognarsi e sgusciare via, i Cercatori che fino a un attimo prima schivavano i cronisti ora telefonano alle redazioni, pretendono microfoni, televisioni, bisogna dirlo a tutti. La smentita non li ha svegliati, li ha esaltati. Qualche tempo dopo Dorothy sparirà, prima in Arizona, poi sulle Ande, profetessa sotto falso nome. Ecco la dissonanza cognitiva: ammettere di aver sbagliato, dopo che ci hai messo la faccia, i soldi, gli affetti, i ponti bruciati, costa troppo: meglio ritoccare la realtà, come nell’adagio brechtiano, “se il popolo non è d’accordo, nominiamo un altro popolo”, cardine di ogni comunismo che si rispetti. Ma il vizio qui è umano, quindi politicamente trasversale. Vedi la stolen election di Trump: ogni riconteggio che smentiva i brogli diventava la prova che i brogli vengono da ancora più in alto.
Ecco il cuore della storia di Oak Park: da solo, l’illuso quasi sempre mollerebbe; è il gruppo a tenere accesa la speranza. Più sono, più si puntellano. Più la profezia crolla, più esplode il bisogno di convertire. Festinger aveva fissato le condizioni della ricetta – una convinzione ardente, un impegno irreversibile, una previsione capace di fallire, un fallimento innegabile e soprattutto un gruppo a portata di mano, una setta insomma. Ma la setta, ormai, è diventata la nostra condizione ambientale: un safe space cucito su misura per ciascuno di noi, dove ogni smentita – un fact-check, una sentenza, un’ammissione – invece di spegnere l’incendio ci versa su una tanica di benzina. Ecco perché Cambridge e Pomezia finiscono grossomodo uguali. Poi certo, la storicizzazione. Quel libro è stato riletto, ridimensionato, in parte smontato: i tre infiltrati finirono per condizionare il gruppo che dovevano osservare, certe scene furono gonfiate. La teoria stessa è stata rivista e superata da mezzo secolo di psicologia. Come scienza, insomma, è invecchiata. Come storia resta bella e istruttiva. Più di tanti studi recenti. Di sicuro, di quelli che escono dai dipartimenti di sociologia di Cambridge.