Il colpaccio di Ferragosto a Messina e i numeri, rassicuranti, dei furti d'arte in Italia

Due tavole di Antonello da Messina sono ancora introvabili, dopo il recupero di altre due opere abbandonate dai ladri in fuga. Il paragone con il Louvre, le ipotesi e che cosa dicono davvero le statistiche delle autorità sulla sicurezza dei musei italiani

17 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:54
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Il pannello bifronte con la Madonna e Cristo in Pietà, conservato nella teca da cui è stato rubato la sera del 15 agosto al MuMe, Museo regionale di Messina (Elisabetta Baracchi/Ansa)

A Ferragosto, in Italia, non succede nulla. Di solito. Gli uffici chiudono, la politica si riposa, persino la cronaca va in pausa. E forse anche chi dovrebbe tenere gli occhi aperti li socchiude un po’. La sera del 15 agosto, mentre a Messina sfila la Vara, tre o quattro ladri entrano nel MuMe, il più grande museo del Sud Italia, e raggiungono le sale dove sono custodite le opere di Antonello da Messina. In pochi minuti smontano tre tavole su cinque del Polittico di San Gregorio, firmato e datato 1473, e da una teca blindata sottraggono anche la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, non firmata ma attribuita ad Antonello nel 2003, quando la Regione la acquistò da Christie's. Nella fuga abbandonano due delle tre tavole del Polittico, ritrovate la notte stessa su un muretto fuori dal museo. A oggi restano dispersi una tavola del Polittico e la tavoletta bifronte.
Sui giornali si parla di “colpo grosso” e il paragone più gettonato è con il Louvre, dove quasi un anno fa sono stati trafugati otto gioielli della corona. A bocce ferme, il parallelo suona però squilibrato. Se il valore economico dei due colpi è effettivamente comparabile, i casi nascondono due economie criminali diverse: le pietre si possono sempre smontare e tagliare per renderle irriconoscibili, i metalli fondere e rivendere, anche se così la refurtiva perde identità storica e buona parte del valore. Le tavole invece sono un bottino invendibile. Le piste restano quelle di sempre: il riscatto assicurativo, il ricatto alle istituzioni, la merce di scambio in ambienti criminali. Un’opera troppo nota per essere piazzata è, alla lunga, anche difficile da tenere nascosta.
Quello di Messina pare un caso isolato dentro una statistica che va nella direzione opposta. Secondo il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, nel 2025 i furti di beni culturali denunciati sono stati 307, in risalita rispetto ai 274 del 2024 ma ben lontani dai 474 del 2018 o dai circa 800 di quindici anni fa. La crescita è concentrata nei luoghi di culto e nelle collezioni private: insieme valgono oltre il 70 per cento dei furti totali. I musei sono la fetta più piccola, appena 17 casi l’anno scorso, poco più del 5 per cento: restano statisticamente il luogo più protetto per un’opera d’arte, con le dovute eccezioni come il colpo di Ferragosto. Un altro dato attenua poi il quadro: nel 2025 il numero di oggetti sottratti è calato quasi del 40 per cento rispetto al 2024. Più furti, ma più piccoli: colpi mordi e fuggi, non sistematici su larga scala. Lo stesso Comando, nato nel 1969 come primo corpo di polizia al mondo dedicato ai beni culturali, l’anno scorso ha recuperato 84.527 beni.
Il ministero della Cultura ha stanziato a ottobre oltre 70 milioni di euro per due progetti di videosorveglianza basata su AI in tutto il Mezzogiorno, capaci di riconoscere movimenti sospetti e attivare allarmi predittivi. Qui però il quadro si complica: i fondi sono destinati ai parchi archeologici, non ai musei cittadini come il MuMe. E per la sicurezza dei singoli musei statali non esiste un capitolo di spesa continuativo: il Codice dei Beni Culturali affida ogni piano di sicurezza alle risorse disponibili istituto per istituto. Il presidente siciliano Renato Schifani ha detto che allarme e videosorveglianza del MuMe, la sera del furto, funzionavano regolarmente. I quattro custodi in servizio, sentiti dalla polizia, hanno riferito di non essersi accorti di nulla. Insomma, non si può parlare di un patrimonio indifeso e il problema non è tanto di sistema: è che quella notte, in quella sala, probabilmente nessuno guardava lo schermo giusto.