Sul caso Spin Time più che la “solidarietà urbana” pesa la simpatia politica

Per Gualtieri, Zingaretti e Saviano l'ex Inpdap occupato è un presidio civile da salvare. E pazienza per il ristorante, il coworking, i concerti e la discoteca senza affitto né autorizzazioni, sogno proibito di ogni imprenditore. I due pesi e le due misure di chi chiede lo sgombero di Casa Pound e insieme la difesa del modello dell'occupazione all'Esquilino

5 AGO 26
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Allora, ci sono almeno due modi di guardare al fenomeno “Spin Time”, centro sociale minacciato di sgombero dopo un incendio dei giorni scorsi, cuore pulsante della Roma bohémien e de sinistra, zona Esquilino, dunque Squat sì, ma in orbita Ztl. C’è quello di Gualtieri e Zingaretti, per cui non è “solo un palazzo occupato” – come magari pensi tu, lettore del Foglio – ma “un’esperienza civile, sociale, culturale, un modello da difendere”. C’è quello di Roberto Saviano, che arriva al quinto giorno di presidio, quaranta gradi all’ombra, e stabilisce che “qui si sta presidiando la democrazia”, lasciandosi dietro una scia di firme per il fatidico appello: Sorrentino, Bellocchio, Virzì, Mastandrea, Marinelli, avete capito. Il cinema italiano lo certifica: Spin Time è un bene di tutti e tutti dobbiamo averlo a cuore (ripeto: tutti).
Poi c’è Spin Time così com’è, senza la glossa ideologica intorno: e cioè ventunmila metri quadri di ex sede Inpdap, immobile pubblico, occupato nel 2013. Dentro: un’osteria con cucina, sponsored by Slow Food, cene sociali #caporalatofree; un birrificio artigianale; un open bar dove il cocktail costa cinque euro nel bicchiere di plastica, un filo caro per uno standard da squat. Poi un coworking con connessione 5G, sale prova a noleggio, 35 euro il pomeriggio, workshop di danza boliviana, cineforum di Sabina Guzzanti e il weekend, giù al seminterrato, la discoteca: dj set ormai celeberrimi nella città, con artisti stranieri, alcol a prezzi calmierati, i bassi che rimbombano fino all’alba nella testa dei residenti, che magari “non hanno sposato il progetto”, peggio per loro. Insomma, un polo commerciale-culturale a costo zero. Senza affitto, senza Scia, senza Haccp, senza il diluvio di permessi che in Italia toglie la voglia di aprire un chiosco perfino a una multinazionale, in più col vantaggio che qui, mentre finisci il tuo Moscow Mule, ti accendi pure la sigaretta, alla faccia “della legalità”.
Spin Time è il sogno proibito di ogni imprenditore costretto a fare i conti con la nostra burocrazia sovietica. Perciò insieme all’inclusione, al “modello di città da difendere”, c’è almeno un altro messaggio che Spin Time promuove con la stessa intensità, specie tra i più giovani: in Italia occupare è più facile che fare impresa, rende di più, se non altro in termini di “immagine” e se lo fai con stile ti applaude pure Sorrentino. In Italia l’educazione alla solidarietà viaggia sempre in coppia con la diseducazione all’impresa: o sei parte della “lotta” o sei un esercente, un bottegaio, in commerciante – e Sorrentino manco ti saluta.
Rapido test: a Colleverde di Guidonia, periferia romana, c’era Casa d’Italia. Ex scuola occupata, vocazione dichiaratamente abitativa, famiglie italiane in emergenza. Sgomberata nel 2019, diciotto famiglie dentro. Welfare dal basso, comunità, mutuo soccorso, stesso lessico di Spin Time, ma “di destra”. Quindi niente Saviano, niente Zingaretti, Sorrentino, niente cardinale che riattacca la corrente precipitandosi con lo scooter. Dunque “non di tutti” e perciò nessuna proposta del Comune per comprarlo come ora con Spin Time. Se il tema fosse la “solidarietà urbana”, qualcosa non torna. Se il metro fosse la legalità, sono fuorilegge entrambe. Solo che il criterio non è né la legge, né la casa, né il welfare urbano: è la simpatia politica. Spin Time piace come progetto perché somiglia a chi lo difende e lo promuove. Poi chi lo difende spiega che deve anche piacere “a tutti”, danza boliviana inclusa. Diventa però anche molto complicato chiedere in continuazione lo sgombero di CasaPound o altre realtà autogestite di destra e insieme la difesa del modello Spin Time. E’ il tipico gioco di prestigio che a sinistra appare sempre chiaro, limpido, senza una piega, ma che fuori dalla bolla sembra invece un po’ contorto, una faticosa arrampicata sugli specchi. Ma è proprio questa la legalità che in fondo preferiamo: quella a intermittenza, quella che poi magicamente si sospende quando lo spazio illegale ci piace, è giusto, rispecchia il nostro credo – un po’ come Schengen e i rimpatri forzati di Sanchez che diventano subito “una straordinaria operazione di sicurezza”.