L’Italia è sotto attacco, in una guerra che non è fatta (solo) di cannoni e droni

Ridurre la sicurezza a una questione di confini significa non capire la natura del conflitto di Putin. L'aggressione russa passa oggi attraverso propaganda, cyberspazio e disinformazione: un attacco alle democrazie prima ancora che ai territori

13 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:26
Immagine di L’Italia è sotto attacco, in una guerra che non è fatta (solo) di cannoni e droni
È davvero singolare la tentazione di voler semplificare le relazioni, sia tra esseri umani che tra entità anche statuali, secondo schemi A e non A, come in un semplice rapporto fisico di causa-effetto. Lo si vede in modo esemplare nella percezione del grande pubblico in Italia di quanto sta accadendo in Europa con l’aggressione russa all’Ucraina: un fatto lontano, che non ci riguarda, perché Putin non può minacciare direttamente noi. Come possono i carri armati russi attraversare i nostri confini? Dovrebbero passare attraverso Ucraina, Ungheria, Slovenia: impensabile!
Come se la sicurezza, su cui è fondato il nostro vivere civile, fosse un fatto puramente geografico e non fosse un insieme integrato e complesso, che comprende fattori culturali, ambientali, quelli fisici come quelli cyber, cognitivi, valoriali, politici, economici, finanziari, sanitari, e potremmo ancora continuare.
In questa ottica multi spettrale ciascuno di noi può individualmente avvertire una minaccia e la costruzione di una società democratica va proprio nella direzione di garantire agli individui, singolarmente e collettivamente le garanzie per uno sviluppo armonico: a questo servono le costituzioni, il diritto e gli strumenti per assicurarne la concretizzazione e l’efficacia.
Allargando la vista di quanto sta avvenendo a questa prospettiva, l’atteggiamento e le azioni di Mosca nei confronti delle società dell’Europa occidentale danno evidenza di un atteggiamento mirato a erodere i principi stessi del nostro convivere, con una sistematica ostilità che equivale una continua aggressione.
Nella ricerca del perché di questo sforzo sistematico, occorre fare ricorso alla storia, e non solo a quella recente: la ricerca di un libero accesso ai mari caldi ha costituito un costante leit motiv della politica degli zar e in questa ottica la Crimea è da sempre stata un elemento chiave, che sotto Stalin ha motivato lo sradicamento delle popolazioni autoctone e la loro sostituzione con una sistematica immigrazione russa (per inciso si tratta di una costante delle politiche demografiche del Cremlino, come accaduto ad esempio nella Carelia Meridionale e a Köningsberg, oggi Kaliningrad).
Con gli accordi di Yalta venne quindi strutturato il concetto di sfera di influenza in Europa, consolidato con azioni politiche anche violente nei paesi di soglia: ricordiamo quanto accaduto con esiti diversi in Grecia e in Cecoslovacchia. Il crollo del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica fecero evaporare l’architettura che aveva governato il periodo della guerra fredda, ma la memoria era ormai sedimentata ed ha ispirato Putin fin dal primo momento in cui ha preso il potere.
Per prima cosa bisognava sistemare le cose in casa e ne è nata la seconda campagna in Cecenia, di cui ricordiamo le immagini di una Grozny spianata. Ma per far rinascere il sogno sovietico, bisognava minare all’interno le società dei paesi che nel frattempo si erano emancipati dove si è gradualmente ma inesorabilmente consolidata la sindrome del “cara lei, quando c’era lui…”, come in Ungheria, nella Slovacchia e ora anche in Romania, con l’ascesa al potere di formazioni politiche antitetiche ai valori occidentali e con l’alimentazione (solo ideologica) di movimenti antagonisti, come AfD in Germania e formazioni che non voglio nominare in Italia, non importa se di destra o di sinistra. Questa è l’aggressione in atto, attuata con ogni mezzo, con l’uso sistematico e spregiudicato dei nuovi canali di informazione, con attività cibernetiche che devono quotidianamente, costantemente essere contrate per mantenere la funzionalità dei nostri sistemi, sanitari, distributivi, finanziari, con la presenza costante sui mezzi di comunicazione di personaggi che sfruttano la propria autorevolezza professionale per ribadire all’infinito narrazioni costruite su falsità.
Il fine è quello di ricreare, grazie ai meccanismi vulnerabili delle democrazie, una rete di paesi che ricadano in uno spazio virtuale di sudditanza ai messaggi di Mosca. In questa guerra virtuale il nostro paese si è rivelato uno dei più vulnerabili, uno in cui queste metodologie di attacco si sono rivelate più efficaci, al punto che esponenti politici che si candidano alla guida del paese non hanno più remore a dichiarare le proprie simpatie e le proprie intenzioni.
Quindi sì, il nostro paese è sotto attacco, in una guerra che non è fatta (solo) di cannoni e droni, ma di tutti i mezzi di convincimento utilizzabili. Esserne consapevoli è il primo passo per poter dare alle nostre istituzioni democratiche la capacità di resistere.
Vincenzo Camporini è ex capo di stato maggiore della Difesa