Paolo Paoletti, ingegnere dell’Icmesa ucciso da Prima Linea, è l’unico morto accertato. Tra i danni della diossina di 50 anni fa ci fu anche la violenza ideologica. Invece la scienza ha trasformato il “caso Seveso” in un esempio utile
La mattina del 5 febbraio 1980 alle 8,15 l’ingegner Paolo Paoletti era appena uscito di casa, in via De Leyva a Monza, trecento metri silenziosi tra un centro sportivo comunale e il muro di un giardino padronale, quando fu ammazzato a colpi di pistola da un commando di Prima Linea. Aspettare per strada un uomo inerme era una specialità dei terroristi, replicata più volte in quegli anni. La differenza con altri omicidi è che Paoletti non era una persona nota e che nel suo caso la rivendicazione fu particolare. Paoletti era il direttore di produzione dell’Icmesa, la fabbrica di Seveso dal cui impianto quattro anni prima, il 10 luglio 1976, era fuoriuscita una nube di diossina TCDD che aveva contaminato undici comuni della Brianza – i più colpiti, con Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio. Un’area popolosissima, centomila persone. Prima Linea rivendicò l’omicidio come parte di una “campagna per la sanità”. La salute pubblica è un’ossessione sanguinosa, per i rivoluzionari. In via De Leyva arrivò il parroco di San Gerardo, don Renato, con alcuni ragazzi. La stampa nazionale non se ne occupò quasi, una storia come tante e in fondo la vittima era nella lista dei “cattivi” in attesa di processo. Così Paolo Paoletti, 39 anni, fu l’unica vittima ufficiale e diretta, l’unico morto ammazzato del “disastro di Seveso”.
Era il 10 luglio 1976, cinquant’anni fa. L’Icmesa – Industrie chimiche Meda società azionaria – era proprietà della svizzera Givaudan, una controllata della multinazionale Hoffmann-La Roche. Specializzata nella produzione di sostanze “intermedie” per diserbanti e pesticidi ma anche per profumi e cosmetici (“spesso l’aria sapeva di profumi”, ricordano i vecchi). Era al confine tra Seveso e Meda. Alle 12,37 del 10 luglio, un sabato, dal reattore A101 uscì la nube tossica. Qualche problema agli impianti c’era già stato, le procedure di gestione e sicurezza imprecise o non rispettate. La quantità di diossina che andò dispersa nell’ambiante non è “esattamente nota”, alcuni chili. Ci fu evidente sottovalutazione nei primi giorni, non si ebbe percezione immediata della gravità dell’incidente, l’azienda minimizzò. Ma persino la stampa arrivò tardi, il primo articolo del Corriere uscì il 17 luglio. Givaudan confermò l’incidente solo il 19 luglio. Ci furono, poi accertate in sede processuale, errori e colpe specifiche dell’azienda: due condanne definitive lievi e tre assoluzioni, non era ancora l’epoca delle vendette à la Moretti. I risarcimenti mediati dalla Regione congrui: la multinazionale svizzera pagò oltre 200 miliardi di lire. Una parte utilizzata per costituire la Fondazione Lombardia per l’Ambiente. Del resto non esisteva una legislazione stringente in materia di sicurezza industriale e danni ambientali, come poi fu velocemente varata in Italia generando anche che una valida regolamentazione in Europa, le tre famose “direttive Seveso”. Anche sugli effetti della diossina le conoscenze erano imprecise. Era nota l’altissima tossicità, ma non esistevano metodi per misurarne la presenza nel sangue. Una buona ricostruzione tecnico scientifica è stata pubblicata nel 2011 da Erminio Mostacci e Luigi Cerruti del dipartimento di Chimica dell’Università di Torino, “Accadde a Seveso, 10 Luglio 1976 - Ricostruzione storica e conseguenze legislative”.
Nonostante la gravità del fatto, e gli allarmismi spesso ideologi che segnarono quei giorni e anni, Seveso non fu nulla di paragonabile al disastro della Union Carbide di Bhopal del 1984, che provocò 3.787 morti ufficiali dirette e oltre 15 mila a seguire. L’incidente di Seveso somiglia ad altri avvenuti in precedenza con contaminazioni da diossine: nel 1949 alla Monsanto in Virginia, intossicati ma senza vittime; nel 1953 alla Basf in Germania, intossicazioni gravi; alla Dow Chemical in Texas 1960 ci furono 4 vittime; alla Philips Duphar di Amsterdam nel 1963 si contarono 10 vittime negli anni successivi; alla Coalite & Chemical Products in Gran Bretagna ci fu un morto nell’esplosione e contaminazioni da triclorofenolo (cloracne), il caso più simile a Seveso. Ma allora se ne sapeva poco. Eppure Seveso, oltre a essere il più grave evento di questo tipo nella nostra storia, è diventato un paradigma di gestione dei disastri. Eppure, è stato anche un caso unico al mondo di allarmismi ideologici furibondi e polemiche da populismo ambientale e antiscientifico, una sorta di cupo preludio alle scie chimiche e alle terre dei fuochi dei nostri anni. I primi giorni furono drammatici: l’odore acre ovunque, gli arrossamenti di occhi e pelle, soprattutto nei bambini. I piccoli animali che morivano. Furono evacuate 736 persone, 80 bambini spediti in colonia. L’abbattimento animale obbligatorio per spezzare la catena di biomagnificazione.
Storia di un disastro ambientale chimico, i precedenti da conoscere, i dati scientifici confermati e gli allarmismi a mezzo stampa smentiti
Il bilancio medico, scientifico e ambientale di quel 10 luglio è per certi versi ancora incerto. Nonostante i molti studi fatti nel tempo. La cloracne, una grave patologia dermatologica, colpì circa 200 persone, in gran parte bambini. Negli anni successivi sono stati evidenziati negli abitanti delle zone più contaminate aumenti di malattie cardiovascolari e tumori e un incremento di disfunzioni tiroidee nei neonati da madri che vivevano nelle zone contaminate. Dati non sempre accettati univocamente: dei 574 casi di malformazioni in bambini neonati, numero enorme nell’esiguità del territorio, il 43 per cento si riferisce in realtà a emangiomi (le “voglie di fragola”) e anomalie puramente cutanee. Nel caso di Seveso l’esposizione non fu mortale a livello umano. Mostacci e Cerruti citano uno studio del 1998 della Fondazione Lombardia per l’Ambiente con dati “assai preoccupanti sulla mortalità dovuta all’insorgere di tumori al pancreas e alla vescica statisticamente raddoppiati per gli abitanti maschi”. In realtà non tutti questi numeri sono accettati, ad esempio quelli relativi agli aborti considerati “spontanei” negli anni successivi. La legge sull’interruzione di gravidanza non esisteva ancora, ma dopo lunghe polemiche furono autorizzati alcuni interventi “terapeutici”.
Alla fine si registrarono in tutto 42 aborti terapeutici e 4 spontanei. Tra il 1976 e il 1980, secondo il Bollettino epidemiologico nazionale del 1984, ci sono state nell’area 14.495 gravidanze di cui 1.951 aborti spontanei e 151 morti del feto (fonte: Esiti sfavorevoli di gravidanza Seveso). Ma i dati già allora ottenuti e le analisi sugli aborti terapeutici non hanno confermato la presenza di malformazioni. Mostacci e Ceruti, che per un attimo abbandonano la scientificità della chimica per denunciare “le posizioni di Comunione e Liberazione, completamente appiattita su posizioni clericali antiabortiste”, scrivono però che sull’aborto terapeutico fu valutato anche “il rapporto medico delle analisi effettuate nel laboratorio di Lubecca”, che “segnalò che non erano state riscontrate malformazioni fetali che potessero indurre a considerare la diossina dotata di effetti mutageni o teratogeni”. Cosa che già al tempo sostenevano i medici antiabortisti, come ha ricordato ad Avvenire Giancarlo Cesana, allora giovane medico di medicina del lavoro e già docente di Igiene generale all’Università di Milano, uno dei primi a lavorare sul campo: “Notammo, con grande sorpresa, che non c’erano feti anormali”. La polemica sull’aborto fu, però, l’epicentro politico e mediatico del “caso Seveso”. L’impatto ambientate invece fu forte e duraturo; poiché la persistenza della diossina nei terreni è permanete si optò, oltre che per la demolizione di un numero limitato di case, per la “scaricaficazione” del territorio contaminato. Quelle scorie ora giacciono in due vasche sotterranee ermetiche e sopra è cresciuto, dopo la bonifica, il “Bosco delle Querce”, un recupero di memoria ambientale che ha ricevuto il marchio del patrimonio europeo European Heritage Label. Ieri è stato visitato dal presidente Mattarella. Fu un grande disastro, un disastro che l’Italia ha saputo gestire.
Nel clima degli anni 70 si unirono anti scientismo, anti capitalismo, leggende metropolitane e soprattutto la battaglia per legalizzare l’aborto
Ma nel 1980, quando Prima Linea sparò a Paoletti, molto di tutto questo non si sapeva ancora. Uno dei protagonisti del “successo” della gestione di Seveso, il medico Paolo Mocarelli, oggi 91enne, già ordinario di Biochimica clinica a Milano e primario del servizio di Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio, ha raccontato: “In quelle ore nessuno sapeva cosa fosse davvero quella sostanza, né quali effetti potesse avere sull’uomo. Si conosceva solo un dato inquietante: nelle cavie da laboratorio, un milionesimo di grammo uccideva il 50 degli animali”. Fu lui, con grande e decisiva intuizione, a cambiare la storia dell’analisi scientifica su Seveso. Non esistevano sistemi di misurazione relativi alla diossina nelle persone, ma Mocarelli effettuò 250 mila prelievi di sangue, ne furono congelati 30 mila. “Cercavamo di scambiare informazioni con i maggiori centri di ricerca del mondo. Per ogni persona furono eseguiti 23 esami, con l’obiettivo di monitorare eventuali danni sull’organismo”. “Forse perché venivo dal mondo della ricerca. Forse perché ero stato in prestigiosi laboratori statunitensi ed ero abituato a farmi tante domande davanti a un problema”. Solo undici anni dopo la scienza rese finalmente possibile misurare la diossina e i campioni furono analizzati: “Non vedevamo nulla di patologico”, ha spiegato, sottolineando come la ricerca abbia permesso di distinguere tra paura e realtà scientifica. “Eravamo sbalorditi, nel sangue era presente fino a seimila volte più diossina del normale, eppure quelle persone erano ancora vive, non si erano sviluppate patologie”.
Il dottor Mocarelli e la “sorpresa” dei dati 11 anni dopo. Non nacquero “lepri con la faccia da bambina” e non ci furono feti malformati
Ma la sentenza dell’ingegnere Paoletti era già stata eseguita, e non per caso. Da Seveso si era alzata anche una diversa “nube tossica”, ideologica e con marcati tratti di populismo, anti scientismo, anti industrialismo che anche nei nostri giorni conosciamo molto bene. L’omicidio di Paoletti restò impunito, ma è la motivazione a restare: campagna per la salute pubblica. Attorno a Seveso si sviluppò un clima furioso. I titoli di stampa diventarono presto questi: “Peggio di Hiroshima”. “Più diossina che in Vietnam”. “Peste chimica: i giorni del terrore”. Sono molti i dettagli raccolti da Federico Robbe in un libro documentato, “Seveso 1976. Oltre la diossina”. Da cui emerge quale fosse il clima alimentato dall’estremismo degli anni Settanta. Nel settembre 1976 il giornale Rosso Vivo scriveva con “violenza inaudita” contro un “manifesto” che era stato diffuso dalle comunità di Comunione e liberazione, particolarmente impegnate nel soccorso di quel loro territorio elettivo, “La vita continua”. Scrivevano: “E’ questo l’ultimo ignobile slogan coniato dai becchini… L’ultimo anello di una falsa, viscida e infame campagna di integralismo e disinformazione sulle conseguenze della micidiale nube tossica di Seveso… Ma le donne, gli operai, i proletari sanno bene che per far nascere la vita, la loro vita, è indispensabile distruggere le fabbriche della morte, il lavoro della morte, lo sfruttamento della morte e, ovviamente, anche loro, i becchini”. Del resto su Repubblica, il 25 luglio 1976, Giulio Alfredo Maccacaro, famoso medico e attivista, aveva scritto denunciando “l’ultima invenzione del capitale imperialista… il prelievo del profitto e lo scarico della nocività”. Il 28 luglio una bomba era esplosa avanti alla sede romana di La Roche. Il 19 maggio 1977 un ufficiale sanitario di Seveso, Giuseppe Ghetti, era stato gambizzato. Il cardinale Giovanni Colombo chiese ai fedeli di resistere “a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi”. Ancora gira la leggenda metropolitana dell’Agente Orange, un potente erbicida usato dagli americani in Vietnam. Iniziarono circolare voci che la diossina dell’Icmesa fosse venduta illegalmente a scopi bellici. L’origine della fake nasce dal fatto che il triclorofenolo prodotto a Seveso era utilizzato anche per l’Agent Orange. Nulla è mai stato documentato né provato.
Accanto alla campagna anti industriale e “anti colonialista” eruttò dal reattore dell’Icmesa anche la campagna per l’aborto, nel clima che due anni dopo portò alla legge 194. E’ l’aspetto, o ricasco, più celebre e drammatico dei fatti di Seveso. Diventò famoso, e accettato come fosse un paradigma scientifico, un romanzetto apologo della medica e ambientalista Laura Conti, fondatrice di Lega per l’Ambiente, consigliera regionale per il Pci e successivamente deputata: “Una lepre con la faccia di bambina”. Una favola distopica ambientata a Seveso che lanciava allarmi terribili sulle gravidanze “tossiche”. Alla fine una giovane donna incinta di Seveso deve fuggire ed è “costretta” ad abortire clandestinamente in Sicilia. Muore. Il clamore dello scontro sulla necessità di ricorso massiccio all’aborto, in deroga emergenziale ma evidentemente usato come apripista per la futura legge, anima ancora i resoconti di questi giorni. In realtà, la Commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 1977 per analizzare i rischi per la salute diede indicazioni di equilibrio e compromesso, grazie all’ascolto territoriale e al lavoro di personalità di livello come Bruno Orsini, primario ospedaliero, indicato dalla Dc, e Giovanni Berlinguer, docente di fisiologia e igiene del lavoro. Ma i toni furono quelli di una campagna che andava ben oltre le necessità. Invece gli studi condotti successivamente sulla popolazione di Seveso, compresi quelli sulle malformazioni di feti abortiti, rappresentano uno dei più importanti esempi di monitoraggio epidemiologico sugli effetti cronici delle diossine. Come quelli svolti da Paolo Mocarelli, Pier Alberto Bertazzi e Paolo Brambilla. Oggi la scienza può confermare che le conseguenze dello spargimento di diossina, pur nella loro indubbia gravità, “non furono quelle prospettate”. Anche se, beninteso, uno studio del 1998 della Fondazione Lombardia per l’Ambiente e uno studio di ricercatori del Policlinico Mangiagalli dieci anni dopo hanno confermato la persistenza dei dati sull’insorgenza di patologie.
Cinquant’anni dopo, il “disastro Seveso” che era stato a lungo considerato un “paradigma negativo per quanto riguarda la sicurezza degli impianti chimici” si è trasformato in un caso di pratica scientifica e di soluzione dei problemi che ha fatto scuola. Non solo perché da Seveso sono nate procedure e conoscenze riconosciute in tutto il mondo. Ma anche perché, a fronte di allarmi populisti e ideologie antiscientifiche, qualcuno riuscì a imporre il metodo della ragione. A Seveso non nacque nessuna lepre con la faccia di bambina, e soprattutto nessuna bambina con la faccia di lepre. Eppure si ricorda sempre come oracolo di verità scientifica la favoletta di Laura Conti, mentre ci si ricorda sempre poco o nulla del dottor Mocarelli e del suo enorme lavoro. E non ci si ricorda mai dell’ingegner Paoletti, l’unico morto ammazzato accertato di Seveso.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"