Cronaca
poca cipria •
Mity, che inventò il mondo del Cav.
Era la “responsabile dell’immagine” di Berlusconi. Odiava i piercing e il marrone

Dopo Villa Certosa agli emiri se ne va un altro pezzo di “Una storia italiana”, come si intitolava il leggendario opuscolo illustrato del berlusconismo. Lo aveva curato lei, come molte altre cose, Mity (accento sulla y) Simonetto, storica “responsabile comunicazione e ’immagine” del Cav., scomparsa lunedì a 77 anni. Milanese, figlia di un dipendente della Snia e di una ballerina della Scala, aveva ideato gli stilemi bluastri del berlusconismo prima che questo osasse pronunciare il suo nome. Come quello di consulente di immagine, che oggi spesso sta per parrucchiere, e alligna pure nelle località più remote, ma nell’Italia che usciva dagli anni di Piombo era una professione misteriosissima e americaneggiante. “Mi prendevano in giro, oggi invece tutti i partiti ne hanno uno”, aveva detto lei in una rara e antica intervista.
“Era entrata nei primi anni 80 quando ancora il mondo di Berlusconi si chiamava Fininvest”, racconta al Foglio Dario Rivolta, già deputato di lungo corso di Forza Italia, e già manager biscionico, che poi ebbe anche il ruolo di sparring partner del Cav. nei primi dibattiti televisivi. Ma lei c'era già, prima del Cav. politico, della famosa discesa in campo con la calza sulla telecamera, questione dibattuta (“ma nel caso non fu lei, ma il regista Roberto Gasparotti”). E con Gasparotti e la fida segretaria Marinella, facevano un trio strettissimo che plasmava il berlusconesimo. “Veniva prima”, intendendo la discesa in campo, collant o no, dice anche Carlo Freccero, che per un po’ lavorò a Italia Uno. “Sempre perfetta, e misteriosa, non si sapeva niente della sua vita privata”, dice al Foglio l'immaginifico televisionario. “Sovrintendeva al trucco, e il trucco era importantissimo per Berlusconi”. Piccole divergenze: pare che disapprovasse la cipria, di cui invece il Cav. talvolta abusava.
In America ci sarebbero già venti film sul Cavaliere non politico ma tycoon. E lei doveva essere una delle tante partecipi a questa storia americana, coi "tredici televisori" che teneva in casa a un certo punto, ma "Una storia italiana" - il libretto che nel 2001 invase le case degli italiani l'aveva appunto inventato lei, come raccontò il sondaggista Luigi Crespi, "prendendo spunto da Grand Hotel, un rotocalco che illustrasse con un linguaggio visivo semplice, attraente, confidenziale, per la gente comune". Oggetto: il berlusconismo per le masse. In versione però patinata deluxe.
“Era bella, e questo contava nell’universo berlusconiano. Belle gambe, perdoni il machismo”, ancora Rivolta. E la bellezza doveva contare in tutta questa storia, americana o italiana, se anche nel necrologio dei fratelli e dei nipoti, ieri sul Corriere della Sera, i suoi l’hanno ricordata come “bellissima”. E poi “molto milanese, sobria, la rivedo con dei lupetti neri”, dice al Foglio Alessandra Ghisleri, che per un po’ lavorò come sondaggista di fiducia per il Cav. Il ruolo di Mity era vastissimo e indefinito. E “sempre in disparte, ma era una delle poche persone di cui Berlusconi si fidasse. Controllava non solo il trucco, che però non era quasi mai lei ad applicare, salvo casi eccezionali, bensì tutta un’estetica”, dice Rivolta.
Dunque soprattutto le fotografie, del Dottore, come veniva chiamato “in house” Berlusconi, della famiglia, di tutti. Foto che dovevano uscire o non uscire sui giornali, e se non piacevano, non uscivano. Anche magari di qualche figlio ripreso in situazioni non acconce. “Nei sondaggi che commissionava, sul suo gradimento, o su temi che gli stavano a cuore, mettevamo una foto del Presidente. E un giorno, io ero ancora agli inizi, mi chiama lui in persona. Io tremo: cosa avrò fatto di male? Avevo messo una sua foto che non gli piaceva. Poco dopo arrivò un intero scatolone, di foto approvate e gradite, da Mity Simonetto”, dice Ghisleri.
Matilde detta Mity aveva idee precise: “niente abiti color marrone, il marrone era il colore dei fattorini, lo diceva anche Berlusconi. Erano infatti vestiti così a Fininvest”, secondo Rivolta. “Io l’ho conosciuta poco prima che si ritirasse”, racconta Francesca Pascale. “Infatti se ne andò nel 2010”. “Cura estrema dei dettagli. Sosteneva che bisognava parlare tutti a voce bassa, perché così si desta l’interesse degli altri. Mai abiti spezzati. Mai anelli” – chissà cosa direbbe di certi presentatori oggi. “Piano anche con gli orologi. Con Silvio condividevano anche una specie di pessimismo estetico sul mondo e sulla vita a venire: l’odio per i piercing e i tatuaggi”, dice ancora Pascale. Mondo e vita che a volte si cercava di migliorare, sempre agendo sui dettagli, come con le aiuole e i comignoli di Milano 3: il magistero di Mity impattava anche su alcune future deputate di Forza Italia. Che venivano ri-vestite e come ri-disegnate da Mity, dice al Foglio una anonima frequentatrice della casa. “Molte, anche, venivano soprattutto coperte, anche tra quelle che sono ancor oggi in Parlamento, e magari cambiano schieramento”.
Ogni tanto Berlusconi la “tradiva”, Mity, come nel caso della famosa bandana, in Sardegna nel 2004 coi coniugi Blair. “Lì fu un esperimento autonomo del presidente”, dice ancora Pascale. Era una presenza discreta, Matilde detta Mity – “per i suoi genitori, mì e tì”, spiega Rivolta. “In un mondo, quello Fininvest e Forza Italia, in cui tutti si vantavano, ‘il presidente mi ha chiamato tot volte’, ‘il presidente vuole solo me’, lei stava sempre un passo indietro. Non parlava mai di Berlusconi”, dice Freccero. Disegnava piuttosto le quinte, del berlusconismo: “La scrivania della discesa in campo per lei poteva essere bianca e solo bianca”, ricorda Pascale. Quella dei famosi spot a Macherio girati all’alba, come ha ricordato il Corriere, nel gelo invernale, mentre la casa era in ristrutturazione. E dietro le quinte rimase tutta la vita. “Non so se avesse una relazione stabile nella sua vita”, dice Freccero. Quando morì il Cav, nel giugno 2023, scrisse su Facebook: “Caro Dottore, la tristezza come l’amore è un sentimento che non si può descrivere. Io continuerò a curare la sua immagine per tutta la vita”. Da quando se ne andò, nel 2010, Berlusconi non ebbe più addetti all'immagine, ricorda Pascale. “Dopo di lei, solo semplici truccatori”.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
