Roma ti ricorda sempre che prima dell’ordine della Repubblica c’è il disordine della sua capitale. Collaudato sistema di difesa contro ogni possibile innovazione. La parata del 2 giugno è finita. Le Frecce tricolori hanno ridipinto il cielo, i militari hanno salutato, la Repubblica italiana ha compiuto ottant’anni in ottima salute. Ma ancora fino a ieri sera nessuno aveva pensato di spostare le transenne metalliche tra Piazza Venezia, via del Corso e via Nazionale. Su via Quattro Novembre, alle 17, cioè tre ore dopo la parata, un drappello di turisti con gli alluci all’aria – gente ingenua, abituata ai paesi dove le cerimonie finiscono e le strade riaprono – trovano un varco aperto sulle strisce pedonali, attraversano fiduciosi, e dall’altra parte si trovano davanti un muro di ferro. Il gruppo si trova in mezzo alla carreggiata. Gli automobilisti, che non erano alla parata e dunque non hanno nessun debito di civiltà da saldare, gli vengono incontro col clacson.
Per i turisti, è comunque un’esperienza autentica. Meglio del Colosseo. Fino a poche ore prima Roma traboccava di divise. Poi: niente. Seimila uomini, elicotteri, picchetti d’onore. Dissolti. Dei vigili urbani, manco a dirlo, nessuna traccia. D’altronde, sparare fuochi d’artificio è forse un lavoro impegnativo. Così a poco a poco, nel corso delle ore, mentre il sole calava sui colli fatali, le transenne sono state divelte, spostate, rimescolate dalla fiumana dei forestieri ciabattanti. Quando a tarda sera sono state alla fine rimosse, gli addetti sono andati a pescarle pure in mezzo alla strada. Ma non è una dimenticanza. Quelle transenne tenute lì tutto il giorno a chiudere ogni passaggio pedonale in una città in cui erano confluiti circa 15 milioni di visitatori per il ponte del 2 giugno sono un messaggio di serenità. Ne siamo certi. La città che ha resistito ai Visigoti, ai Vandali, a Napoleone e al sindaco di turno, non cede alle cerimonie. Questo è il senso. La Repubblica passa, le transenne restano.