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La mafia nel feudo d’Orleans. Fasti e disastri della tenuta dello Zucco
La tenuta è finita al centro di una storia di cronaca: venduta all’asta, i soldi per rilevarla sarebbero stati distratti da una società pilotata verso il fallimento. Dal duca d’Aumale a don Agostino Coppola, una storia sicilianissima
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13 APR 26

Lo Zucco era il plastico esempio del latifondo con uliveti, sorgenti, boschi, case, mulini e ponti che il duca ampliò con frantoio, cantina e scuderia. Un modello di operosità di cui gli Orléans andavano fieri (foto della vecchia stazione dello Zucco, 201
Ce n’est qu’avec le duc d’Aumale que reprit la constitution d’un ensemble typique de la Sicile et de l’Italie du Mezzogiorno, le latifundium”, si legge negli Archives Nationales di Parigi nella parte che riguarda la dinastia d’Orléans.
E’ l’incipit di una storia di fasti e disastri. Di un passato nobile e di un presente di intrallazzi, o presunti tali, contabili. Di sacerdoti legati alla Cosa Nostra corleonese e di miliardi di lire sottratti con il terrore alle ricche famiglie imprenditoriali del Nord. E’ una storia maledettamente siciliana quella della Tenuta Zucco, in provincia di Palermo.
Maggio 1897, il settantenne Henri d’Orléans, duca d’Aumale, accompagna i suoi ospiti alla stazione. Saluti e convenevoli, poi si ritira in camera per la notte. Al mattino seguente, il 7 maggio, il suo valletto apre le tende per far entrare le prime luci del giorno e lo trova morto. Che sgomento. Alla salma nella tenuta dello Zucco resero onore le più alte cariche politiche, militari e religiose. Una corazzata francese giunse in Sicilia per riportare le spoglie del duca in Francia. Era morto in esilio, lontano da casa e dagli affetti, ma almeno in un posto che amava.
Henri d’Orléans, figlio di Luigi Filippo, re di Francia, e di Maria Amelia di Borbone aveva sborsato 95 mila once per acquistare la splendida tenuta di Giardinello, fra Partinico e Montelepre. Un “paradiso”, come viene descritto nei documenti dell’epoca di 150 ettari, con un castello, un baglio, le stalle e le cantine. Un affare, considerato che la casa Rothschild di Napoli aveva comunicato al Duca, desideroso di un latifondo in terra di Sicilia, che gli eredi del principe di Partanna di once ne chiedevano 150 mila.
E’ il destino dello Zucco, venduto per molto meno di quanto valga. Almeno così emerge al giorno d’oggi che la tenuta finisce al centro di una storia di cronaca. Niente a che vedere con la nobiltà francese e neppure con la maleodorante vita di don Agostino Coppola, il prete dei boss corleonesi che sposò il latitante Totò Riina e Ninetta Bagarella e che della tenuta divenne il padrone. Stavolta c’è di mezzo un’ipotesi di bancarotta. Nel 2020 un’impresa che si occupa di calcestruzzo e rifiuti ha comprato la tenuta all’asta per 620 mila euro. Poca cosa rispetto al valore stimato dal Tribunale di Palermo in 4 milioni e 700 mila euro. Per anni nessuno si era presentato con un’offerta in busta chiusa. Qualche facoltoso siciliano ci aveva fatto più di un pensierino, ma alla fine si era sempre tirato indietro. Meglio stare alla larga dalla tenuta e dal suo passato torbido impregnato di mafiosità e investire il denaro altrove. Ora si scopre che i soldi per rilevare la tenuta sarebbero stati distratti da una società pilotata verso il fallimento affinché i creditori trovassero un mucchio di carte senza alcun valore. Così sostengono la Procura e la guardia di finanza nell’inchiesta che ha portato al sequestro disposto dal Tribunale per le misure di prevenzione.
E’ l’ultimo passaggio dello Zucco, rimasto incagliato in una storia di debiti e venduto al migliore offerente dopo essere transitato di mano in mano dal nipote del duca d’Orléans a dei nobili siciliani e infine a degli imprenditori. Il duca d’Aumale era morto senza eredi. Dal suo matrimonio con la figlia del principe di Salerno, Maria Carolina, nacquero quattro figli, due deceduti subito dopo il parto e gli altri, Louis principe di Condé e Henri Leopold duca di Guise, in giovane età.
Imprenditore, in fine dei conti, oltre che generale di divisione e cavaliere della legione d’Onore, lo era stato anche il duca Henri che aveva fatto dello Zucco un luogo di sperimentazione agricola e vitivinicola. Alla prova del tempo le sue memorie hanno avuto meno fortuna dei Florio e degli inglesi Woodhouse, Ingham e Whitaker se è vero, com’è vero, che la tradizione “francese” dei vini siciliani è conosciuta solo agli addetti ai lavori.
Il figlio del re Luigi Filippo non aveva risparmiato denaro ed energie per affinare e rendere celebre il vino che prende il nome dalla tenuta siciliana. Un bene di famiglia che si aggiungeva al Palazzo d’Orléans, a Palermo, oggi sede della presidenza della Regione siciliana, che apparteneva alla madre. Allo Zucco il duca d’Aumale, che viveva in Inghilterra ma veniva spesso in Sicilia per seguire gli affari, fece arrivare le migliori maestranze francesi per perfezionare il suo moscato dolce e purissimo. Voleva dare prova che fosse più buono dei Madeira che all’epoca andavano di moda. Non difettava né di ingegno, né di modernità. Fu tra i primi a intuire che il vino andasse imbottigliato ed etichettato per agevolarne il trasporto ed evitarne la contraffazione. Era il suo vino e nessuno avrebbe potuto o dovuto dubitarne. I passaggi della lavorazione venivano annotati nei registri con dovizia di particolare e oggi fanno parte del patrimonio dei musei assieme alle opere d’arte e ai libri che il duca amava collezionare. Il Museo Condé Chantilly, nel principesco palazzo che fu di sua proprietà, oggi per l’importanza delle opere che custodisce è secondo solo al Louvre.
Non c’erano solo i filari di viti nel feudo dello Zucco acquistato nel 1853 da don Vincenzo Grifeo, duca di Floridia e principe di Partanna. Era il plastico esempio del latifondo con uliveti, sorgenti, boschi, case, mulini e ponti che il duca ampliò con frantoio, cantina e scuderia. Un modello di operosità di cui gli Orléans andavano fieri anche in patria.
I figli del duca se n’erano andati prima del padre e, alla sua morte, in assenza di eredi, il feudo fu suddiviso in lotti. Ed ecco spuntare la malapianta di Cosa Nostra. Una parte dello Zucco fu gestito in gabella, con le buone e soprattutto con le cattive, da padre Agostino Coppola, sacerdote della chiesa di Monreale e parroco di Carini condannato per mafia. Nella tenuta si davano appuntamento i boss e qualcuno negli anni Sessanta e Settanta vi si nascose durante la latitanza.
Qui Agostino Coppola scontò gli arresti domiciliari quando fu arrestato nel 1976. Nella canonica erano stati trovati i soldi dei riscatti incassati dall’Anonima sequestri del padrino corleonese Luciano Liggio che aveva stabilito la base operativa a Milano. Il primo rapimento è del 18 dicembre 1972. Per il rilascio dell’industriale Pietro Torielli fu pagato un riscatto di un miliardo e 250 milioni di lire. Fu l’inizio di una stagione del terrore. I calabresi fiutarono l’affare e si allearono con i siciliani per svuotare le casse delle ricche famiglie del Nord disposte a tutto pur di mettere in salvo e riabbracciare i familiari. Dal 1972 al 1984 si contano 161 rapimenti. Numeri impressionanti, resi ancora più tragici dal fatto che non tutte le vittime tornarono a casa.
Si disse che Don Agostino Coppola avesse partecipato al rapimento dell’ingegnere Luciano Cassina, figlio del conte Arturo che per molti anni aveva gestito il servizio di manutenzione delle fogne di Palermo. Luciano Cassina fu rapito sotto casa, in via Principe Belmonte, a Palermo, il 16 agosto 1972. Era una deroga alla regola mafiosa che i rapimenti andavano organizzati sempre lontano dalla Sicilia. Cassina fu rilasciato il 7 febbraio successivo grazie a un riscatto di un miliardo e 300 milioni di lire. La ricostruzione degli investigatori era che i soldi fossero stati consegnati a Coppola. Nel passaggio erano pure spariti 300 milioni di lire.
Che fosse invischiato anche don Agostino lo avevano raccontato i pentiti. Il catanese Antonino Calderone rassegnò in un verbale una scena della mafia di altri tempi. Don Tano Badalamenti, boss di Cinisi, mandante dell’omicidio di Peppino Impastato e figura centrale dei traffici di eroina della “Pizza Connection” tra la Sicilia e gli Stati Uniti, li aveva invitati a pranzo con tutti gli onori che meritavano. Nella Cosa Nostra di un tempo le faccende più delicate si discutevano a tavola. A fine pasto “ci chiese se potevamo ospitare il suo compare Luciano Liggio, che era latitante in loco, ma che non poteva più restare là. Mentre eravamo a tavola arrivò un prete. Ci fu presentato come un uomo d’onore della famiglia di Partinico. Agostino Coppola si chiamava. Quello che poi riscosse i soldi del sequestro Cassina”. Un prete tra i boss: “Con mio fratello abbiamo scherzato durante il viaggio di ritorno su questo prete che faceva parte della mafia. Accettammo di buon grado la proposta di Badalamenti”. Lo stesso Calderone fu ancora più esplicito con Giovanni Falcone: “Agostino Coppola è mafioso, è stato punto, è organico a Cosa nostra e fa parte della famiglia di Partinico”. A portare la mafia nella famiglia di sangue del sacerdote ci aveva pensato il nonno, il boss italo americano “Frank Tre Dita” Coppola.
Nonostante le accuse e i racconti dei collaboratori di giustizia Agostino Coppola evitò la condanna quantomeno per il sequestro Cassina. Mentre la corte era in camera di consiglio per il verdetto arrivò una lettera del vescovo di Monreale del tempo, Corrado Mingo, che scagionava il prete. Niente e nessuno poteva salvarlo, invece, dalla condanna per il suo legame con i corleonesi. Si fidavano di lui tanto che fu Coppola a celebrare le nozze del latitante Totò Riina e di Ninetta Bagarella. Probabilmente, ma su questo non v’è certezza, per il matrimonio fu scelta la tenuta dello Zucco. Il capo dei capi, che all’epoca aveva 47 anni, e donna Ninetta (sorella del boss Leoluca Bagarella), di 20 anni più giovane del marito, partirono in viaggio di nozze. Anni dopo spuntò la foto dei novelli sposi in piazza San Marco, a Venezia, con tanto di colombi svolazzanti sulla mano del padrino corleonese.
Per Agostino Coppola, sospeso a divinis dal Vaticano, iniziò una nuova vita senza abito talare. Sposò Francesca Caruana, nipote del boss che da Siculiana gestiva il commercio dell’eroina nel Mediterraneo. Per scontare una parte della condanna agli arresti in casa l’ormai ex sacerdote scelse la tenuta dello Zucco che anni prima aveva eletto a domicilio sfrattando con la violenza l’allevatore Francesco Paolo Randazzo e le sue mucche. “Sono un benefattore”, ripeteva nei giorni del processo mentre un cronista giudiziario d’eccellenza, Mario Francese, annotava i resoconti d’aula.
Agostino Coppola è morto. Per oltre vent’anni l’asta per la tenuta dello Zucco è andata deserta. Nel 2020 si presenta una famiglia di imprenditori e la compra. Ora il sequestro per bancarotta. Non si occupano di vino, ma di calcestruzzo e rifiuti. Il passato non esiste più. Restano i simboli, come lo stemma della casa reale d’Orléans che troneggia in alto sulla facciata della tenuta. Tre gigli d’oro (regalità, sovranità e continuità dinastica) su un ovale azzurro, ricordano che lo Zucco è stato “le latifundium” del duca d’Aumale, figlio di Luigi Filippo, re di Francia, e di Maria Amelia di Borbone.