Milano piace agli stranieri proprio per quella ricca super modernità che fa tanto schifo agli italiani

I super ricchi britannici stanno cercando un modo per lasciare Dubai e tornare in Europa, e Milano sta scalando la classifica delle destinazioni preferite. A chi cerca il meglio per vivere, ecco che piace la metropoli che non dorme mai. Se n’è accorto persino il Guardian. Chissà se se ne accorgeranno anche i giornali italiani

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8 APR 26
Immagine di Milano piace agli stranieri proprio per quella ricca super modernità che fa tanto schifo agli italiani

Milano. Foto Ansa

Se n’è accorto persino il Guardian, valoroso presidio giornalistico britannico della sinistra tendenza, se non altermondialista, almeno ad alto tasso critico contro tutto ciò che odora di finanza senza regimi e confini: “Mentre la reputazione di Dubai come rifugio per l’élite globale si sta sgretolando”, scrivono i castigamatti dell’ordine globale della pecunia. Così “i super ricchi cittadini britannici stanno ora cercando una via per tornare in Europa; e Milano, il centro finanziario d’Italia, sta scalando la classifica”. Chissà se se ne accorgeranno anche i giornali italiani, o almeno i dorsi milanesi, così inciprigniti nel raccontare le lacrime della città impoverita, la città che non si vive più signora mia, la città che scaccia il ceto medio. Non solo Milano, del resto: secondo l’Happy City Index 2026 la città più felice d’Italia è Bologna, al 73esimo posto mondiale. Milano è al numero 80 e Roma al 144. Tutti posti, par di capire, meno appetibili per vivere persino di Ballarat in Australia e Sopot in Polonia. La felicità è un concetto volatile e personale, va bene, ma chissà perché il 50 per cento di chi se lo può permettere preferisce vivere tra Brera e il Bosco verticale o a Oltrarno (piacciono anche Firenze e Roma) piuttosto che a ridosso delle steppa.
Se n’è accorto il Guardian: le nostre città, Milano per prima, attirano proprio per le cose che agli italiani sembrano negative: belle case, super architetti, servizi adeguati, mostre d’arte, grande food, shopping, moda e una quantità di eventi che ha trasformato Milano nella nuova metropoli che non dorme mai. Alle nostre latitudini malmostose si preferisce guardare quel che non va. Ci lamentiamo che non ci sono più bambini che giocano a calcio e la Nazionale fa schifo, ma a Milano, Padova o Palermo (citazioni di cronaca) fioriscono petizioni e denunce contro oratori e campi giochi perché fanno troppo schiamazzo. Invece a chi cerca il meglio per vivere, ecco che piace Milano. Del resto prima del Guardian se n’era accorto Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, che lo aveva raccontato al Festival dell’Economia del Foglio la scorsa settimana: nel 2025 oltre 3.700 persone di redditi di fascia superiore hanno spostato la residenza in Italia e più della metà ha scelto Milano, con una quota di fuggitivi da Londra molto alta. Tutto male? Ovvio, è questione di ricchezza. Per via del famoso (secondo alcuni famigerato) regime di tassazione forfettaria italiano i residenti stranieri pagano 300 mila euro all’anno su tutti i redditi percepiti all’estero: un bel risparmio. Che però ha portato anche ricchezza, nuove costruzioni, migliori servizi e investimenti in un paese che invece dal punto di vista economico risulta sempre meno attrattivo.
Il Guardian fa parlare Marc Acheson, consulente finanziario: “L’Italia è un paese meraviglioso, Milano ha un solido settore dei servizi finanziari: molte delle cose che rendono Londra attraente, le ha anche Milano”. E appare stabile, socialmente più tranquillo di altri. Ciao Dubai, anche qui “gallerie, club privati ​​e hotel si stanno moltiplicando”. Barbara Magro, titolare dell’agenzia di Luxury Real Estate di Milano commentando per Repubblica le recentissime nuove acquisizioni immobiliari milanesi dice: “Queste transazioni sono positive per Milano perché indicano un interesse dei fondi internazionali”. Però “sbilanciano il mercato e spersonalizzano la città”. Milano cambia pelle e abbandona pezzi della sua storia. L’alternativa, del resto, sarebbe rassegnarsi alla logica dei “piccoli borghi”.