Biennale, non tutto vale. L'appello contro Israele, Stati Uniti e Russia

Circa settanta artisti e curatori hanno presentato una lettera in cui si chiede di escludere alcuni paesi in nome di una "pratica decoloniale e antirazzista", facendo di ogni erba un mazzo

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2 APR 26
Immagine di Biennale, non tutto vale. L'appello contro Israele, Stati Uniti e Russia

Una immagine della facciata del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia, 13 Marzo 2026. ANSA/ANDREA MEROLA

Mentre la nota vicenda della partecipazione del Russia alla Biennale d’Arte che inaugurerà il 9 maggio prossimo, con lo scontro tra il suo presidente e il Mic forte anche di una lettera di 22 ministri della Cultura europei, vive una pausa di studio e mentre si preparano le gondole che protesteranno contro la presenza dell’arte degenerata putiniana, attorno alla massima manifestazione d’arte mondiale si addensano nuove polemiche, non tutte così nette e condivisibili. È stata presentata una lettera firmata da una settantina di artisti e curatori in cui si chiede escludere alcuni paesi, in nome di una “pratica decoloniale e antirazzista” e sulla scia emotiva dell’invito della curatrice (poi deceduta) Koyo Kouoh di abbandonare “lo spettacolo dell’orrore”. Nella pratica, i paesi colpiti sono Israele, Stati Uniti e Russia. Facendo di ogni erba un mazzo. La lettera fa infatti seguito a un appello analogo, ma per escludere soltanto Israele, del gruppo Art Not Genocide Alliance. La Biennale si è sempre dichiarata contraria a “qualsiasi forma di esclusione o censura nella cultura e nell’arte”, ma il vento soffia e spesso solleva polvere che confonde lo sguardo. Peccato infatti che i settanta artisti non distinguano tra una dittatura che ha invaso una nazione democratica e una democrazia come Israele che combatte contro gli aggressori del 7 ottobre e i suoi mandanti. Anche equiparare Stati Uniti e Russia appare, diciamo, prematuro. Soprattutto se gli appellanti dichiarano invece solidarietà all’Iran e a paesi responsabili, e non solo vittime, di violenze come il Sudan o Myanmar. Certo, si cita l’Ucraina, ma anche il Venezuela che è stato vittima di una dittatura alleata di Mosca. Gli appellanti citano episodi in cui la Biennale perse posizione, come l’esclusione del Sudafrica dell’Apartheid e soprattutto il 1974, quando la Biennale fu all’insegna dello slogan “Libertà per il Cile. Per una cultura democratica e antifascista”. Della Biennale del Dissenso, stranamente non si fa parola. Storia difficile. In cui l’unico “nemico” evidente è Israele.