Le presunte molestie di Richetti. Perché è sciocco dire “credo sempre” alla vittima e “non le credo mai”

Per maneggiare un caso di violenza sessuale ci vuole metodo e attenzione. E la vicenda del senatore di Azione non fa eccezione
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19 SEP 22
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Credi alle vittime, credi alle vittime! “Ma non credo che sia il punto di vista giusto. Penso che sia giusto invece ascoltare la vittima”. E poi indagare, cercare prove, rinforzare o smentire la sua testimonianza. Perché le testimonianze sono fragili e non bastano – vale per tutto e non è un giudizio, non è sfiducia o volontà di colpevolizzare chi denuncia. Nei casi di violenza sessuale può essere perfino più difficile perché le analisi forensi possono non essere conclusive e dimostrare l’assenza o la presenza del consenso può essere impossibile.
Che fare? C’è una regola migliore delle altre? Ascoltare, indagare, cercare prove è la regola di Stacy Galbraith. Il suo nome non vi dirà niente ma forse avete visto la serie Unbelievable, che è l’orribile storia di uno stupratore seriale abbastanza furbo e attento a non lasciare tracce raccontata da Christian Miller e da Ken Armstrong, prima in un articolo (nel 2016 ci hanno vinto meritatamente il Pulitzer) e poi in un libro (A false report. A true story of rape in America).
Galbraith è una delle due detective che hanno arrestato Marc O’Leary e che hanno dimostrato che la prima testimonianza di Marie – la prima vittima – era vera. Perché poi Marie, aggredita e stuprata da un uomo mascherato, aveva mischiato i ricordi, si era chiesta se non fosse stato un brutto sogno e poi aveva detto di aver inventato tutto. Chissà se questa storia sarebbe andata diversamente se Marie avesse incontrato subito Galbraith e non un poliziotto distratto e magari più interessato alle sue contraddizioni che a cercare di capire cosa fosse successo. Chissà se si potevano evitare gli stupri successivi.
Da questa storia potremmo imparare tante cose. L’ostinazione e l’attenzione, prima di tutto, di chi deve indagare. Che chi denuncia spesso non è una vittima perfetta (ma poi che vuole dire?), può dimenticare o confondere dei particolari, può contraddirsi (la memoria è inaffidabile, la memoria di una aggressione così terrificante figuriamoci). Non è detto che una testimonianza confusa e contraddittoria non sia vera, non è detto che una testimonianza coerente e precisa sia vera. Gli errori e la distrazione, le risorse scarse o mediocri, l’incapacità di collegare i casi e l’affezionarsi a una ipotesi che ci convince – gli intoppi che possono deviare le indagini sono tantissimi. Ci penso spesso. Ci ho ripensato in questi giorni dell’affaire del senatore presunto molestatore, della presunta inchiesta e della presunta vittima.
Penso anche a quanto sia difficile suggerire che il presunto carnefice non dovrebbe essere giudicato colpevole e condannato prima di aver ascoltato, indagato, cercato prove. E a quanto sia complottista usare qualsiasi dubbio riguardo a quella condanna e alla certezza della colpevolezza come dimostrazione: “Ah, ma allora vedi perché le vittime non denunciano?”. (Complottista come metodo, cioè dimostrare in modo circolare quello che avresti dovuto dimostrare con prove vere.) O per invocare la violenza sistemica, pensando così di poter giustificare la sciatteria del giudizio del caso singolo e di non cadere nelle trappole induttiviste.
Poi è certamente vero che denunciare può essere sgradevole, un secondo massacro, anche solo perché ci saranno mille occhi a spiare la tua vita, e diventerai solo quello – la vittima. Ma il rimedio alla indubitabile “distrazione” del passato – ricordo sempre che fino a ieri lo stupro era una offesa alla morale – non può trascurare i modi. E che se al posto di “non credo mai” ci mettiamo “credo sempre” non è necessariamente un miglioramento. E che non basta capirne le ragioni, e non basta la buona volontà. Io non so che cosa è successo e spero che qualcuno avrà la pazienza e la tigna di Galbraith. Io non so cosa è successo e nessuno può saperlo – a parte i diretti interessati – eppure quasi tutti fingono di saperla lunghissima, per posizionamento o per scemenza. E non perché non credo alla vittima – c’è davvero bisogno di dirlo? Forse sì, c’è bisogno, e magari non mi eviterà di essere risucchiata nella parte di chi “vuole giustificare il mostro”.