Il ritorno dell'assistente civico

Più del Covid-manager servirebbe una moratoria per gli anglismi

Salvatore Merlo

La nuova figura professionale del rompiscatole per legge: controllerà gli starnuti, dovrà pure assicurarsi che tutti indossino la mascherina e che si siano lavati le mani

Per impedire la mescolanza senza vigilanza, e probabilmente in assenza di ispezioni (e non fidandosi a quanto pare dei controlli delle Asl o dei carabinieri) ecco la nuova figura appena creata per decreto, certamente destinata a fare epoca persino più del caro vecchio “navigator”. Ecco dunque che arriva in Italia il “covid manager”. Boom!

Più ausiliario del traffico che vigile urbano, l’eroe eponimo di questo nostro tempo pandemico avrà diversi compiti. Il primo sarà quello di supervisionare l’intero banchetto di nozze. Insomma di verificare la distanza di sicurezza tra gli sposi e i testimoni proprio come l’arbitro di calcio disegna la linea di schiuma prima di far battere una punizione. Fatti più in là. Ma non solo. Il “Covid manager” — che ricorda da vicino il già lanciato “temporary export manager” di Giggino Di Maio (ma un po’ anche  il “train manager” di Italo) — controllerà gli starnuti del nonno, si farà consegnare  il “green pass” e infine, affiancato da “personale di supporto”, dovrà pure assicurarsi che negli alberghi e nei B&B, in piscina e in palestra, al mare e in montagna, tutti indossino la mascherina e si siano lavati le mani. Un segnalatore di cittadinanza. Un supplente di coscienza. Insomma un grillo parlante. In pratica un rompiscatole per decreto.

Ciò che infatti nel resto del mondo civile è stato demandato all’intraprendenza e all’iniziativa privata — in Germania molti alberghi si sono muniti di ingegneri gestionali per lo sviluppo di protocolli di disciplina igienica (mentre ai controlli ci pensano lo stato e la pubblica amministrazione) — ecco che in Italia tutto ciò viene risolto attraverso un contorto meccanismo burocratico-pandemico che porta alla nascita di una nuova (un’altra) figura professionale. In pratica riemerge l’“assistente civico” presentato un anno fa da Francesco Boccia con tanto di tele-ostensione di pettorina. Solo che ora non è un volontario e si chiama “manager”. Nientemeno.

Se non ci fosse Mario Draghi a Palazzo Chigi, il pomposo “covid manager” (Totò inventò il sindacato “spa”: sindacato parcheggiatori abusivi) lascerebbe intravedere strenui corsi di formazione in stile Anpal, inesauribili strategie alla Tridico nonché la produzione di eventi digitali affidati a Casaleggio. Ma Draghi non è Conte. E dunque permane la speranza che questo decreto alla fine esca modificato in Gazzetta Ufficiale. Senza manager. D’altra parte il presidente del Consiglio qualche mese fa stigmatizzò l’abuso degli anglismi, quella roba che da noi nasconde sempre la truffa (non solo) lessicale. Così d’ora in poi il premier potrebbe concedere ai suoi ministri un forfait di parole inglesi consentite. Un tot. Un limite.  Se passano il “Fast Track” e il programma “High Flyers” di Brunetta, se si fa il “family Act”, allora niente “covid manager”. Una moratoria ci vuole.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.