Cosmopolitics

Quanto sta scomodo Orbán nelle giravolte su Putin ora che la paura non è addomesticabile

Paola Peduzzi

Dopo un decennio di politica anti europea, il premier ungherese si ritrova, come molti altri leader a lui affini, a doversi mettere in una posizione di mezzo, inadatto com’è diventato a certe posizioni caute, alle sfumature

Russi, andatevene a casa”, dice un cartello appeso sulla cancellata  davanti all’ambasciata russa a Budapest. “Anche Putin lo sostiene”, c’è scritto a penna sul poster elettorale di un candidato del partito di governo ungherese, Fidesz. Domenica, c’è stata una manifestazione davanti all’emittente pubblica Mtva con le bandiere dell’Ucraina, dell’Europa, con la faccia di Putin dentro al tondo rosso del divieto d’accesso: si protestava contro l’invasione russa in Ucraina ma anche contro la propaganda pro Cremlino che viene mandata in onda dai media ungheresi. La Pravda russa ha pubblicato un articolo in cui ha elencato i paesi che non stanno del tutto con gli Stati Uniti e l’Unione europea, e citando l’Ungheria dice: “Pur non rifiutandosi di imporre sanzioni alla Russia, il governo di Budapest non vorrà armare Kyiv”. Viktor Orbán ha annunciato che il suo paese “non autorizza il trasporto di armamenti letali sul territorio ungherese diretti in Ucraina”. Oggi a Londra, nella capitale forse più falca del fronte occidentale, il premier ungherese riunisce il gruppo Visegrad, con Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

 

Dopo un decennio di politica anti europea, Orbán si ritrova, come molti altri leader a lui affini (in Europa ce ne sono tanti: lui è stato il punto di riferimento del sovranismo e del nazionalismo di molti partiti europei), a doversi mettere in una posizione di mezzo, inadatto com’è diventato a certe posizioni caute, alle sfumature. Se fino all’altro giorno dicevi che l’Ue è come l’Urss, oggi fai fatica a gestire il putinismo imperial-sovietico armato di bombe. Ancor più se sei in campagna elettorale: in Ungheria si vota il 3 aprile e per la prima volta da tempo c’è uno sfidante credibile, ancorché poco popolare (piace più fuori i confini ungheresi che dentro), Péter Márki-Zay. E’ difficile credere che Orbán senta qualche genere di pressione: ha costruito un sistema in cui esiste soltanto lui, tutto il resto è rumore di sottofondo, anche le parole di  Márki-Zay lo sono.

 

Però il frastuono della guerra si sente eccome, il lembo di terra che l’Ungheria condivide con l’Ucraina è una porta d’accesso all’Europa, e anche qui si consuma quell’enorme contraddizione che per anni abbiamo dovuto accettare come idee-diverse-dal-mainstream-europeista e che invece era una enorme scrematura all’ingresso su base razziale. Orbán non si fa incastrare, come vorrebbe l’opposizione, nella caricatura del “cagnolino di Putin”, sospende gli affari con Rosatom, il colosso russo, ma allo stesso tempo difende Paks II, il progetto da 12,5 miliardi di euro con la Russia per un nuovo sito nucleare in Ungheria. Gli ungheresi sono a favore della solidarietà per l’Ucraina ma contrari a ogni aiuto militare, però il fattore generazionale conta, i più anziani sanno molto bene cos’è la paura verso i russi, e il fattore Putin è andato bene finché garantiva energia a basso costo, non quando punta le sue armi su un ex paese dell’Urss. Come tutti i leader sovranisti, Orbán ha giocato molto sulla paura, l’ha generata e curata, a seconda del momento. Ma questa della guerra non è una paura addomesticabile, e nelle grandi giravolte di Orbán e dei suoi seguaci questo ora si vede.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi