“Tu come la Fortuna, tu così opportuna”. Il mistero di una dea che dona e prende, vortica e vola
Non sono d’accordo con chi rifiuta l’augurio di “buona fortuna” giudicandolo di cattivo auspicio: è una superstizione un po’ scema e infatti si accompagna spesso all’espressione “in bocca al lupo” che – vulgo – richiederebbe come risposta il truce “crepi il lupo”.

Non sono d’accordo con chi rifiuta l’augurio di “buona fortuna” giudicandolo di cattivo auspicio: è una superstizione un po’ scema e infatti si accompagna spesso all’espressione “in bocca al lupo” che – vulgo – richiederebbe come risposta il truce “crepi il lupo” (alcuni sostengono che originariamente si trattasse di un augurio invece molto lupesco: quello di trovarsi nelle stesse condizioni del lupatto amorevolmente portato a spasso dalla sua mamma con una morbida presa al collo. Altro che crepi il lupo. Chissà). La Fortuna, dicevo. E’ anzitutto una forza magica femminile, materna, sensuale, pervasiva e cangiante. Diffidarne è vano, conoscerla è preferibile. Il che mi consente di tornare a Caio Giulio Cesare, del quale ho da poco messo in evidenza il rapporto “virile”, machiavellico ante litteram, con la Fortuna intesa come una presenza fatale da emendare con arte (Orazio), essendo l’arte nient’altro che una proiezione consapevole della volontà. Assai noto è l’aneddoto su Cesare che, durante un periglioso viaggio per nave, seda l’ansia del battelliere ricordandogli: “Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare!”. E cioè la “buona stella” del discendente di Venere Genitrice, che con Fortuna ha un legame implicito ma qui poco dicibile.
Una cerimonia analoga in ambito romano avveniva a settembre nella cella di Minerva dentro il tempio di Giove Ottimo Massimo voluto dai Tarquinii. Ce lo ricorda lo studioso Giovanni Feo – “La Dea di Bolsena. La storia etrusca da riscrivere”, Effigi, Grosseto 2014 –, il quale aggiunge un dettaglio importante di carattere etimologico: Fortuna, in latino, potrebbe provenire dall’etrusca dea suprema Voltumna-Vertumna-Fertumna-Fortuna. Divinità pubblica, ma presentissima anche in ambito privato: fu lei, Fortuna, a manifestarsi in età monarchica come nume tutelare e compagna di Servio Tullio. L’erede di Tarquinio Prisco, figlio del focolare vulcanico e della principessa schiavizzata Ocrisia, fu a lungo il prediletto di Fortuna, ma ciò avvenne soltanto per il tramite delle “magie” operate dalla matrigna regale Tanaquilla (detta anche Gaia Cecilia, che grosso modo vorrebbe dire Gazza Cieca, come la Fortuna, per via delle sue virtù sciamaniche). Il che conferma come nel mondo etrusco la legittimità del monarca avesse bisogno di un mediatore femminile per calarsi nel mondo fenomenico: “Tu come la Fortuna, tu così opportuna”, canta giustamente Jovanotti. Ma non è sicuro che duri…
In un altro bel libro – “La Fortuna e il Fato nella religione di Roma”, Simmetria, Roma 2013 –, la studiosa Domizia Lanzetta riporta un passo fondamentale di Plutarco, nel quale si dice di un aruspice intimo di Marco Antonio il quale, forse presago del futuro in attesa, gli rimprovera così la frequentazione con Ottaviano Cesare: “Mio Signore, che hai a che fare con questo giovanotto? Evitalo! Sei più famoso, sei più anziano, governi un maggior numero di sudditi, sei esercitato nella guerra, lo superi per esperienza. Ma il tuo dèmone teme il suo. Anche la tua Fortuna da sola è grande, eppure adula la sua. Se non stai lontano da lui, essa andrà passando a lui”. E qui mi sembra notevole il fatto che, se il genio personale o daimone che è in ciascuno di noi ci accompagna per tutta l’esistenza (più o meno volentieri, diciamo, ed essendo più o meno solidale con noi a seconda che riusciamo o no ad aprire le nostre ali e identificarci in pieno con lui), la Fortuna personale invece non è cieca, ma i ciechi e i vili abbandona.