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contro mastro ciliegia

Navalny e Bobby Sands

Maurizio Crippa

Lo sciopero della fame dell'oppositore russo e la minaccia dell'alimentazione forzata, una forma di tortura dicono i suoi avvocati. Non può, non deve finire come per il militante irlandese. Ma c'è una differenza: Navalny digiuna per legittima difesa, per vivere. Però qui da noi che importa? Qui si va in piazza per riaprire i ristoranti.

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L’alimentazione forzata non è mai una bella cosa, nemmeno quando deve essere somministrata per motivi sanitari; ma può diventare orribile, se minacciano di fartela in una cupa galera. Nel freddo della Siberia, non è che ti portano il take away. Così gli avvocati difensori di Alexei Navalny denunciano che sarebbe un’ulteriore tortura, una violazione dei diritti umani. Si può domandarsi se sia proprio vero: è sempre e solo morte contro morte. Chi lo sa. Ma Navalny sta sempre più male, in quella galera ingiusta, sta digiunando per estrema protesta e ha perso più di quindici chili. Non può finire bene, ma è ingiusto e ancora ingiusto che finisca male. Viene in mente la morte di Bobby Sands e degli altri nove irlandesi che si lasciarono morire di fame, molto più  a occidente, esattamente quarant’anni fa. Stavolta c’è qualcosa di ancora peggiore, se fosse lecito dire così, perché quella di Navalny più che un’estrema forma di lotta sembra essere nient’altro che un’estrema legittima difesa, il disperato sforzo per vivere. Chiede che lo curino, che un medico lo visiti.  Non abbiamo bisogno, non lo vogliamo, di un altro Bobby Sands. Ma qui da noi si sfida la polizia  in piazza per poter aprire i ristoranti, per poter andare a mangiare. 

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