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di Maurizio Crippa

Segre al Quirinale meglio no

Trasformare la senatrice in un “simbolo”, buttandola in partigianeria politica, in un paese in cui l’antisemitismo è invece bestia così trasversale, è un’idea criticabile
di
11 NOV 19
Immagine di Segre al Quirinale meglio no

Liliana Segre (foto LaPresse)

Reduce da una domenica pomeriggio televisiva e barricadera con gli operai dell’Ilva, ieri a Milano Lucia Annunziata ha cambiato tastiera ma non registro (la lotta dura senza paura è tornata di moda) e ha lanciato la proposta di candidare Liliana Segre alla presidenza della Repubblica. E se perdonabile è la sede – il primo convegno pubblico dell’Huffington Post, dunque la necessità di squillare – meno perdonabile è la motivazione addotta: “Vogliamo far partire da qui, da questo convegno, la proposta di candidare Liliana Segre alla presidenza della Repubblica, per togliere il Quirinale dalla partigianeria della politica”. E da quando, di grazia, la presidenza della Repubblica sarebbe espressione di politica partigiana? Anche più discutibile, se si prova a rileggere le parole dopo averle raffreddate, la motivazione che il direttore di Repubblica Carlo Verdelli ha aggiunto: “Candidare Segre significa candidare un simbolo che racconta un’altra visione dell’Italia”.
La senatrice a vita Liliana Segre va onorata, tutelata e garantita nel suo diritto di testimonianza per i motivi che ben conosciamo, e in nome dei quali si può anche sorvolare su certi tartufismi ascoltati in questi giorni (non da Annunziata e Verdelli, ovviamente). Ma trasformarla in un “simbolo”, per giunta di “un’altra visione dell’Italia”, cioè buttandola in partigianeria politica, in un paese in cui l’antisemitismo è invece bestia così trasversale, è un’idea criticabile. Non certo per banali motivi anagrafici, ma perché Liliana Segre va rispettata per quello che è, una pietra d’inciampo vivente per la nostra memoria. Trasformarla in un simbolo a uso di lotta politica, no.

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"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"

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