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Che gelida mano mortina

Maurizio Crippa

La decisione della Royal Opera House di Londra di sospendere il tenore italiano Vittorio Grigolo ci riporta ai tempi del #metoo

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Ci eravamo appena ricomposti (nell’accezione italica e atavica di “Carmelina componiti”), ci eravamo appena rassettati, come nazione, in questa nuova èra dell’armonia e della buona educazione, stavamo recuperando posti a tavola, tra Malta e Strasburgo, avevamo finalmente fatto pace pure con Roman Polanski e Asia Argento si era appena acquattata a innocua spalla televisiva di Salvini, e fanculo il #MeToo. Insomma stavamo appena rientrando nei ranghi di un paese educato, di buone maniere. E niente. Arriva questo Pavarottino, questo tenore Vittorio Grigolo, ingaggiato in tournée asiatica dalla Royal Opera House di Londra, e patatrack. Lo hanno sospeso su due piedi, in quel di Tokyo, perché ha pensato bene di esibirsi in un bis non richiesto di Oh che gelida manina. Stavano ricevendo gli applausi, quando il sipario si apre e si chiude come un ti vedo-non ti vedo della melodia, e lui s’è messo a smanacciare una corista. Con tutto il coro inorridito a gridare: ma che fai? Ma non si fa! Ma lui, pare dai testimoni, invece di rimettersi la mano in tasca ha continuato, per giunta urlando. Che boh, sarà che avrà pensato: qui siamo in Giappone, il paese record mondiale dei palpeggiatori da treno, sarà tutto permesso no? Col piffero: quello è il paese dove la polizia ha messo a punto una app anti smanaccioni per le donne molestate, e in cui le scolarette rincorrono i palpeggiatori nelle stazioni e si fanno giustizia da solo. Ma lui forse ha avuto un eccesso di spirito sovranista, prima gli italiani, e invece di restaurare l’armonia nazionale, ha provato a restaurare l’istituto della mano morta. Tutto da rifare.

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