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Plebe ma liberale. Quel che non si dice sui “forconi” veneti anti tasse

Riceviamo e pubblichiamo

27 Dicembre 2013 alle 14:09

I Liberi Imprenditori Federalisti Europei (Life), al presidio della rotonda di Castelfranco Veneto, non bloccano il traffico, si limitano a porgere al conducente un volantino che incita allo “sciopero fiscale”. Automezzi d’ogni genere, dalle auto di lusso ai camion, si fermano volontariamente per scambiare due parole d’incoraggiamento. Dietro, in fila, nessuno protesta. Della Life ci sono quattro persone su uno spartitraffico d’ingresso alla rotonda, altrettante sull’altro. Sulla tettoia montata nei pochi metri quadrati disponibili sventolano le bandiere con il Leone di San Marco. Sotto c’è un tavolone, due sedie portatili, i termos con le bevande calde, vivande, tanti fogli stampati o scritti a mano con gli appuntamenti di lotta e le cifre della “rapina” statale ai danni del contribuente veneto. Fosse stato per lui, avrebbe portato anche la sua bandiera del Partito radicale con Gandhi. Ma non vuole creare polemiche e discussioni, perché i simboli di partito sono banditi insieme ai politici (“l’inizio della fine: o noi o loro”, recita il volantino), e per difendere l’eccezione ci sarebbe voluto tempo. E lui di tempo non ne ha: passa la giornata a caricare bancali sul camion della sua “Carteria commerciale” (“sei dipendenti, anni fa erano dodici”), e il tempo rimanente diviso tra famiglia, presenze ai presìdi e produzione di testi elaborati in qualità di esperto sul campo, autodidatta resistente dall’oppressione fiscale italiana. “Lui” è Franco Zanardo, forza della natura classe 1962, testa-piedi-braccia della Life in provincia di Padova. Di presìdi come quello di Castelfranco ce ne sono tanti, da settimane, giorno e notte, in tutto il Veneto. “Forse una ventina, perché alcuni li fanno anche senza dircelo”. Di sicuro una mobilitazione del genere non reggerebbe più di qualche giorno senza un nucleo duro di almeno qualche centinaio di persone.

La situazione che descrivono, preferibilmente in dialetto, è quella di un sistema produttivo morto, “in stato avanzato di putrefazione”
: capannoni industriali che non valgono più nulla, aste giudiziarie che vanno deserte, concorrenza cinese, tasse insostenibili. Le richieste sono tante, forse troppe. La più chiara è che le regioni si tengano i soldi delle proprie tasse: secondo uno studio di Unioncamere che Zanardo fotocopia e distribuisce, se la spesa pubblica nazionale in percentuale sul pil fosse pari a quella del lombardo-veneto (32,1 per cento) invece della media nazionale (41,7 per cento) si otterrebbe un risparmio di 142 miliardi di euro. Altre richieste – “basta soprusi, privilegi, burocrazia, pensioni d’oro, sprechi, parassiti” – sono più generiche. Gli strumenti della “rivolta” sono i più vari: il leader Life, il veronese Lucio Chiavegato, ha scritto a tutti i sindaci del Veneto chiedendo che seguano l’esempio di Loris Mazzorato, ex sindaco di Resana, che si è dimesso da sindaco pur di non obbedire agli ordini fiscali di Roma; il volantino chiede di rallentare e dilazionare il pagamento delle tasse; un altro convoca un presidio davanti all’ufficio delle Entrate, un altro ancora illustra le tecniche di non-collaborazione in caso di ispezione fiscale. Le buone maniere non sono obbligatorie, anche se le teste troppo calde sono tenute alla larga. Dove può portare la “rivolta del 9 dicembre”? La speranza dei Life è che le loro file continuino a ingrossarsi, fino a divenire incontenibili. Fino “a fargli prendere paura”. O noi, o loro.

Zanardo non si fa illusioni, è affamato di consigli e aiuto pratico, conosce la politica, ascolta da sempre Radio Radicale. Come 14 anni fa, quando con la Life
– allora guidata da Fabio Padovan – partecipò “all’Assemblea dei Mille per la rivoluzione liberale e gli Stati uniti d’Europa”: decine di imprenditori Life a Roma, con le inseparabili bandiere, a sostegno dei 20 referendum liberisti dei Radicali, per i quali si entusiasmò anche il premio Nobel per l’Economia Rudi Dornbusch. Non bastò, come non bastarono 12 milioni di firme raccolte e l’8,5 per cento della Lista Bonino alle elezioni europee. La Corte costituzionale completò il lavoro distruggendo il pacchetto referendario e lasciando il campo libero all’asse Tremonti-Berlusconi- Bossi e alla loro riforma pseudo-federale.

Ricordare la storia è utile per il futuro. Ilvo Diamanti, analizzando su Repubblica la crisi di rappresentanza istituzionale della protesta sociale, conclude che “il paese dei forconi è un paese impotente”. La sua è una fotografia efficace, che però elude responsabilità del passato e prospettive future. L’azione delle Life – aggressiva e dispersiva quanto si vuole, ma certo non rassegnata, né priva di proposte – merita attenzione e ascolto. Gli appunti di Zanardo sono un vero e proprio manifesto per l’urgenza del federalismo fiscale, più efficace di una batteria di convegni di Confindustria (altra bestia nera della Life). La Lega di Matteo Salvini ha imboccato la strada del nazionalismo anti europeo e anti immigrati del Front national di Marine Le Pen. Se fossimo in democrazia, si spalancherebbe lo spazio per un federalismo liberale, tollerante ed europeo. Ma è un “se” molto pesante, che chiama in causa il sistema dell’informazione e dei media, sistema che alla rotonda di Castelfranco riscuote ancora meno successo di quello politico.

di Marco Cappato
Presidente del “Gruppo Radicale federalista europeo” al comune di Milano

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