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Capitalisti cinesi che ci provano

Il tour di Mario Monti in estremo oriente coincide con un cambio di strategia di alcuni giganti cinesi che potrebbe facilitare accordi, joint venture e collaborazioni tra Roma e Pechino

di Pietro Romano

28 Marzo 2012 alle 08:15

Il tour di Mario Monti in estremo oriente coincide con un cambio di strategia di alcuni giganti cinesi che potrebbe facilitare accordi, joint venture e collaborazioni tra Roma e Pechino. Sia pure rispettando i paletti appena imposti dal decreto legge 21 del 15 marzo scorso, quello che assegna allo stato poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale nonché per le attività di rilevanza strategica nell’energia, nei trasporti e nelle comunicazioni, modificando la precedente normativa sulla golden share bocciata dalle autorità europee.
Questo mutamento assume particolare risalto per quanto riguarda Huawei, il maggiore produttore cinese di impianti delle telecomunicazioni e il secondo al mondo per ricavi, sbarcato dal 2000 anche in Europa, Italia compresa (dal 2004). Huawei, di cui è presidente onorario per l’Italia Giancarlo Elia Valori, negli ultimi tempi è stata coinvolta per la realizzazione di reti a banda larga nel Regno Unito, in Nuova Zelanda, in Malesia e Singapore, e in Europa – secondo la ricostruzione del Foglio – punta addirittura ad aprire un secondo headquarter oltre a quello cinese, eppure la società è stata ostacolata a più riprese dagli Stati Uniti. Washington le ha infatti imposto alcuni veti per acquisizioni nel settore delle telecomunicazioni, a causa dei presunti legami con le Forze armate della Repubblica popolare cinese, sia pure smentiti ripetutamente dal gruppo. Fondata da un ex ufficiale del People’s liberation army, Ren Zhengfei, Huawei è presieduta da Sun Yafang, già al dipartimento Comunicazione del ministero della Sicurezza. La società – è un’altra accusa che alcuni le muovono – lavora con l’Iran e la Bielorussia, paesi nella “lista nera” di Washington. Dall’India all’Australia, passando per l’Italia, l’atteggiamento delle autorità americane ovviamente influenza il comportamento dei suoi alleati storici. Nel nostro paese per esempio, come rivelato a gennaio dal Foglio, ambienti dell’intelligence avrebbero segnalato e chiesto maggiori informazioni all’esecutivo su due gare nelle quali Huawei aveva assunto un ruolo egemone: una per realizzare la rete di tlc a banda larga allo scopo di garantire la connettività alla comunità scientifica e accademica; l’altra per fornire la tecnologia al sistema di telecontrollo della rete elettrica nazionale nonché alla gestione del mercato elettrico.

Proprio mentre Monti è arrivato in Asia, però, Huawei secondo il Financial Times ha deciso un cambiamento significativo nella sua strategia in Australia, dopo che il governo di Canberra ha rimandato l’aggiudicazione di una gara per la realizzazione della rete nazionale di banda larga, la cui prima tranche era stata vinta dalla francese Alcatel-Lucent. All’Australia, secondo la ricostruzione fatta ieri dal quotidiano della City, la società cinese ha offerto una serie di garanzie. Oltre a smentire per l’ennesima volta collegamenti con l’esercito di Pechino, i vertici di Huawei hanno garantito che sarebbero pronti a impiegare esclusivamente cittadini australiani nelle pratiche di sicurezza, disposti a fornire al governo di Canberra l’accesso ai codici e alle fonti della società, e a permettere a un soggetto terzo il controllo della sicurezza del suo equipaggiamento. Il traballante primo ministro australiano, la laburista Julia Gillard, ha a sua volta assicurato che comunque non ci sono posizioni preconcette verso i concorrenti internazionali. Del resto, la Cina è il principale cliente delle materie prime australiane e quindi non si può offendere impunemente.

Nel frattempo Huawei ha convinto il governo di Nuova Delhi, che pure aveva ostacolato la sua penetrazione in India (tradizionale avversario della Cina), a levare temporaneamente il divieto vigente per i loro prodotti, accettando regole molto strette che altri concorrenti esteri avevano rifiutato. Il cambiamento di rotta di Huawei, spiegano alcuni analisti, sarebbe dovuto anche alla necessità di allargare i suoi business all’estero. La frenata nella crescita cinese e i crescenti problemi politici di Pechino potrebbero infatti avere come prima conseguenza la riduzione degli enormi investimenti domestici in infrastrutture, materiali e immateriali. E per poter tornare in forze anche su mercati come quello italiano diventa giocoforza scendere a patti con necessità e pretese occidentali.

di Pietro Romano

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