Un finale dopo l’altro. Invece delle false partenze, i film sono pieni di falsi arrivi

Oramai i film sembrano non finire mai. Ma gli spettatori, abituati alle serie e alle saghe, non paiono spaventati da queste lunghezze esagerate. Le serie, sostiene l’apocalittico Frank Bruni, avranno sul cinema l’effetto che gli asteroidi ebbero sui dinosauri. Estinti
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25 APR 26
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Harrison Ford in Indiana Jones e la Meridiana del destino. Da account YouTube Disney IT

I film stanno bullizzando gli spettatori. Chiunque sia andato al cinema di recente ha avuto questa sensazione. A scriverne, nella sua newsletter ospitata dalla sezione Opinioni del New York Times, è Frank Bruni – anni fa, pare di ricordare una disputa con Mel Gibson, ora ambasciatore speciale a Hollywood, nomina di Donald Trump. Frank Bruni si sente malmenato da film come “Project Hail Mary”, di Phil Lord e Christopher Miller – prima, avevano diretto “The Lego Movie” e firmato la sceneggiatura di “Spider-Man: Un nuovo universo”. Dura 156 minuti, Frank Bruni non era preparato. Scrive: “Sono stato nello spazio più degli astronauti di Artemis; mi sono divertito, ma poi speravo che finisse”. E invece no: “Quel che sembrava il finale conduceva a un altro finale, e poi a un altro ancora”. Invece delle false partenze, una serie di falsi arrivi.
Succedeva – opinione sua, qui non condivisa – anche in “Harry, ti presento Sally…”. Ma il film con Meg Ryan e Billy Crystal durava 95 minuti. E’ il cinema, non gli attori – scrive – ad aver bisogno dell’Ozempic. I titolatori italiani hanno aggiunto al titolo, forse per rassicurare, “L’ultima missione”. Ma gli spettatori, abituati alle serie e alle saghe, non paiono spaventati da queste lunghezze esagerate. Soffrono i critici, in vista delle maratone festivaliere. Non è solo la lunghezza, diciamo la verità. E’ l’incapacità di tagliare. Di non ripetere le cose tre volte. Di alludere senza dover sempre esplicitare ogni cosa.
E che dire di certi film come “Mission Impossible - Dead Reckoning”, titolo che pare definitivo e invece viene smezzato in “parte prima” e “parte seconda”? (è un complicato calcolo per la navigazione strumentale, calcola la posizione di una nave in base alla velocità e la distanza da un punto conosciuto – calcoli non precisissimi, ma non tali da raddoppiare la lunghezza di un film). Il primo “Mission: Impossible”, nel 1996, se la cavava in un’ora e 50. E’ successo ai “Predatori dell’Arca perduta”. Dai 115 minuti nel 1983, a “Indiana Jones e la Meridiana del destino” che nel 2023 ne durava 154. Il primo Bond movie, nel 1962, durava 110 minuti; “No Time to Die” nel 2021 ne durava 163. “I peccatori” di Ryan Coogler toccava i 137 minuti, “Una battaglia dopo l’altra” ne durava 162, “Marty Supreme” 150 minuti.
Secondo una teoria, per convincere la gente a mollare il divano – e a considerare non esagerato il prezzo del biglietto, negli Stati Uniti ormai costa 30 dollari, popcorn esclusi – serve “tanta roba”. Altri sostengono che l’abitudine alle serie richiede spiegazioni ripetute, perché lo spettatore a casa si distrae, comincia una sera e finisce la sera dopo. Le serie, sostiene l’apocalittico Frank Bruni, avranno sul cinema l’effetto che gli asteroidi ebbero sui dinosauri. Estinti.