I navigator della nazione

7 LUG 19
Ultimo aggiornamento: 00:12 | 8 LUG 19
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Il Navigator come risposta alla disoccupazione intellettuale? Si comincia Navigator e si finisce Premio Strega? Mah.
MM: Come numero di pagine il Navigator quasi batte Scurati. “N” di Navigator contro “M” di Mussolini. Il figlio del reddito contro il figlio del secolo. Però allo Strega non si possono fare ricorsi, che si sappia. Sono molto sportivi. Invece, nel paese reale, quello dei ricorsi, sono già partiti quelli del Navigator.
AM: Una delle prime denunce arriva dalla Anr (Associazione Nazione Rom), dice che “la complessità delle domande è da ritenersi fuori tema, relativamente ai compiti di un Navigator” (salvo che nessuno sa poi bene quali siano); Marcello Zuinisi, legale rappresentante dell’associazione e difensore dei diritti dei Rom che ha partecipato al concorsone, chiede “la sospensione nell’attribuzione degli incarichi lavorativi ai candidati selezionati, oltre a un nuovo conteggio”; e questa possibile rivalsa dei Navigator Rom che trovano lavoro agli italiani mi pare una magnifica sceneggiatura, oltre che una bella via italiana all’economia circolare.
MM: La Rom Com col Navigator.
AM: E con molti anziani, tipo ultimo Clint Eastwood: del resto, lo spiegano bene anche i dati Istat, “è il valore dell’occupazione più alto dal ’77”, ma poi si specifica che “il traino sono soprattutto gli ultra cinquantenni e i sessantenni”, quindi, grosso modo, son gli stessi del ’77. Che tempra.
MM: Anche a Roma, secondo un’inchiesta pubblicata dal Corriere, lavora solo un giovane su due. L’altro affitta l’appartamento di nonna: gli Airbnb in città sono 29.436, mentre cinque anni fa erano 13.500: l’aumento è del 118 per cento. Una città di anziani e affittacamere: in centro ci sono 234 ultra 65enni ogni cento under 14. Cinque vecchi per ogni bambino con meno di 6 anni. Anche l’età media è tra le più alte, più di 47 anni. Intanto hanno aperto 8.354 imprese ma 8.619 hanno chiuso. Il saldo negativo è di 265 attività. Rimane solo la ristorazione: 1.872 aperture contro 707 chiusure. Boris aveva ragione.
AM: Il lavoro è sempre “al centro dell’agenda”, ma ovviamente sempre a chiacchiere, perché non si può mai dire che lavorare qui non conviene, perché sopra una certa aliquota si porta via tutto il fisco, perché l’idea di aprire un’attività commerciale è ostacolata con ogni mezzo, lecito e illecito, perché molti italiani vivono non di rado come una disgrazia più il lavoro che il non-lavoro, perché il lavoro è sempre “sfruttamento”, è sempre lontano da casa, è un ostacolo alle nostre aspirazioni classiche: scrittore, coscienza critica, ingegnere dell’anima, forestale in Sicilia, blogger, influencer, startupper, e adesso Navigator. E se i concorsoni ti danno la nausea puoi sempre fare l’okkupante, il rivoltoso tollerato o coccolato dalle istituzioni e dagli artisti; l’okkupante come lavoro a tempo pieno, status e prosecuzione del posto fisso con altri mezzi; con le okkupazioni tutte le rivendicazioni si mutano non solo in lavoro, ma in piccole e medie strutture burocratiche, peraltro assai agili e vantaggiose in fatto di spese e permessi e licenze rispetto a chi fa “impresa”; niente cda, ma “collettivi” e “comitati”: l’okkupazione come modello di impresa è il futuro “con i piedi ben piantati nel passato”.
MM: Ma infatti vorremmo tutti dei dati Istat sulle okkupazioni, ma non ci sono, mannaggia. L’okkupazione è il coworking all’italiana. Si fa impresa, ristorazione, intrattenimento, housing sociale, condiviso e partecipato, come a Roma nei compound dell’emergenza abitativa, dove stanno soprattutto birrifici artigianali, dj set, concerti di miss Keta. L’okkupazione porta anche indotto turistico: secondo il Manifesto, “il viaggio nelle occupazioni romane dovrebbe diventare un appuntamento fisso” (11 luglio 2018). “Una giornata di educazione civica, un momento per stringere alleanze e essere solidali, un modo per combattere i pregiudizi razzisti o sostituire l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle superiori”. Così a Roma non si visiterà più il capitalistico Colosseo o il patriarcale Castel Sant’Angelo. “Giorgio De Finis – il vulcanico neo-direttore del Macro, ideatore del museo dell’altro e dell’altrove (Maam) nell’occupazione Metropoliz, ha organizzato R/Home tour, un tour delle occupazioni abitative con ospite il vicesindaco e assessore alla cultura della Capitale Luca Bergamo”. Mica male come grand tour, no? De Finis, poi, coerentemente, ha risolto anche il suo di problema abitativo, andando proprio ad abitare al Macro, il museo di via Mantova, quartiere Coppedé, dicono. Comunque, “due autobus sono partiti dal Campidoglio, a bordo docenti di urbanistica e dottorande di ricerca, artisti e urbanisti, alcuni esponenti dei movimenti della casa, il segretario dell’Unione inquilini Massimo Pasquini”. Il culmine del tour è la via Tiburtina dove si concentra il 60 per cento delle occupazioni romane, quella Tiburtina Valley che doveva qualche anno fa essere la Silicon Valley romana. Lo si pensava seriamente. Ma adesso l’hanno spostata, mi pare, ’sta Silicon.
AM: Questa volta alla periferia di Roma sud-est, precisamente “alle pendici dei Castelli romani”, dove una volta era tutto porchetta sorgerà solo “ricerca hi-tech”. Di Silicon Valley non potevamo averne una, qui è tutta una “Silicon Valley diffusa”: c’è quella milanese, a Porta Nuova, quella di Napoli, a San Giovanni a Teduccio, dove gli “operai del Terzo millennio indossano le tute casual della rivoluzione digitale e hanno sostituito il lavoro alla catena di montaggio con i calcoli e gli algoritmi che scorrono sui loro pc”, poi c’era “Mosaicon”, la Silicon Valley siciliana che ha già chiuso, ma che importa, si può sempre occupare per farci una “Silicon Valley antifascista”
MM: Silicon Valley, jobs act, smart working, green economy. Quando arriva l’inglese di solito c’è la sòla.
AM: Anche perché l’inglese non scalfisce il nostro disprezzo per il lavoro manuale, l’antichissimo pregiudizio per l’impiego di bottega, vissuto sempre come affronto alla propria “rispettabilità” che, nel frattempo, si è saldato alla micidiale retorica dei talent, al culto del “self” e del “dream”, “se ci credi, ce la fai”. Ma anche l’ideologia dello smart work e del green e tutte quelle cose che ad altre latitudini e in altri climi forse funzionano pure, da noi tracollano fatalmente nello sbraco totale o nella truffa e nella fuffa; ecco che la già poca voglia di lavorare si riproduce in un catalogo di nuovissime aspirazioni. Ecco deliranti nuovi mestieri. Le scintillanti figure professionali della green economy, per esempio il “tutor dell’orto”, che non è mica un giardiniere, come pensi tu, ma “un professionista che insegna a coltivare l’orto sui balconi”, come spiega la Coldiretti; “il tutor è un insegnante qualificato che segue la crescita delle piantine finché il cliente non impara a curarle da solo”; insomma tu lo porti fino a un certo punto ma poi, è chiaro, deve andare avanti da solo; il tariffario è di 20 euro più Iva all’ora. Dico, proviamoci: se non ci prendono come Navigator andiamo a fare i tutor dell’orto a Milano, alla Martesana, poi dopo che hai ingranato, dopo che ti sei fatto un nome nel giro degli “orti che contano”, metti su le consulenze di piantine in Skype-call, poi fai i corsi on-line, poi conferenze e reading a numero chiuso con Michelle Obama e Greta Thumberg al Bosco verticale.
MM: Istruttore di sci sulla Milano-Cortina? Addetto al Bosco verticale o bigliettaio alla seggiovia orizzontale? Ci saranno mille opportunità (o sarà Deportazione?).
AM: Oppure il “promotore culturale per lo sviluppo del turismo rurale” o l’“educatore ambientale per l’infanzia”, perché c’è il business delle fattorie didattiche “con pascolo allo stato semi brado”, occasione di “apprendimento linguistico, in quanto contenitore di parole, suoni, rumori e azioni ‘altre’”; magari non saprà scrivere in italiano ma imparerà a grugnire; o ancora i “manovali esperti nell’utilizzo di calcestruzzi Green”, che poi saranno sempre dei rumeni in nero ma “green”; anche la Raggi aveva insistito molto: “Una vera economia circolare nel rispetto dell’ambiente come sottolineato nella stessa Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco”; diceva l’assessora Montanari prima di dimettersi; perché “quelli che consideriamo rifiuti sono a tutti gli effetti materiali che possono tornare a nuova vita”; e su questo non c’è dubbio, basta guardarsi intorno proprio ora. Comunque c’è una “vasta platea di professioni”; le previsioni parlano chiaro: mezzo milioni di posti di lavoro nel 2023, per un nuovo agromiracolo italiano.